Fino a non molti anni fa parlare della propria salute mentale era qualcosa di cui si parlava a bassa voce, se proprio se ne doveva parlare. Andare “dallo psicologo” era un segreto da custodire, la sofferenza psicologica un argomento da evitare a tavola.
Oggi lo scenario sembra ribaltato: la salute mentale è ovunque. Se ne parla nei podcast, nelle serie TV, nei video da trenta secondi che scorriamo prima di dormire. Personaggi pubblici raccontano le proprie fragilità, e le nuove generazioni hanno un vocabolario emotivo che i loro nonni non avrebbero mai immaginato.
Questa è, senza alcun dubbio, una conquista. Ma cosa succede quando un tema così delicato diventa anche un trend? Cosa accade quando le parole della clinica — trauma, narcisista, ossessione, neurodivergenza, trigger — escono dagli studi dei professionisti ed entrano nelle conversazioni di tutti i giorni, nei commenti sui social, nelle etichette che appiccichiamo a noi stessi e agli altri?
Proviamo a capirlo insieme.
Una premessa importante: il linguaggio clinico “rubato” non è una novità
Verrebbe da pensare che l’uso disinvolto dei termini psicologici sia un fenomeno recente, figlio dei social network. In realtà il linguaggio comune ha sempre attinto dal vocabolario clinico, e lo ha sempre fatto in modo impreciso.
Da generazioni diciamo “ho una mania per le scarpe”, “sono ossessionato da quella canzone”, “mi farai venire un esaurimento nervoso”, “che depressione questo tempo”. Nessuna di queste espressioni descrive una mania in senso psichiatrico, un’ossessione clinica, una manifestazione ansiosa o un burnout, o un episodio depressivo. Sono iperboli, figure retoriche che usano la parola clinica per amplificare un vissuto quotidiano.
E per molto tempo questo slittamento è stato sostanzialmente innocuo. Perché? Perché avveniva in un contesto in cui la salute mentale era un tabù.
Nessuno, dicendo “ho una mania per le scarpe”, si immaginava davvero di avere un disturbo psichiatrico. Nessuno, dicendo “sono ossessionato”, andava a cercare i criteri del disturbo ossessivo-compulsivo. La distanza tra il linguaggio colloquiale e la clinica era talmente ampia, e la clinica talmente lontana dalla vita delle persone, che le due dimensioni non si toccavano mai.
Non è cambiato il linguaggio: è cambiato il contesto in cui quel linguaggio atterra.
Cosa è cambiato: l’ecosistema dell’autodiagnosi
Oggi quella distanza si è drasticamente ridotta. La parola clinica usata in modo colloquiale non cade più nel vuoto: incontra un ecosistema fatto di video “psicoeducativi” da pochi secondi, test di personalità virali, liste di “10 segnali che sei stato cresciuto da un genitore narcisista”, contenuti costruiti, è bene ricordarlo, per generare interazioni nella peggiore delle ipotesi o per creare curiosità e promuovere consapevolezza sulla salute mentale nella migliore, ma, di certo, non per fare diagnosi.
I contenuti emotivi, infatti, funzionano molto bene sui social: coinvolgono, fanno immedesimare, vengono condivisi. Questo ha portato a una sovraesposizione del tema della salute mentale e, insieme, al rischio concreto della sua banalizzazione.
La ricerca ha iniziato a occuparsi di questi fenomeni. Lo psicologo Nick Haslam ha descritto il cosiddetto concept creep: la tendenza, documentata negli ultimi decenni, dei concetti psicologici legati al danno e alla patologia come trauma, abuso, bullismo, dipendenza, ad allargarsi progressivamente, fino a includere esperienze sempre più lievi e sempre più comuni.
Più recentemente, Lucy Foulkes e Jack Andrews hanno formulato la prevalence inflation hypothesis: l’ipotesi che le stesse campagne di sensibilizzazione sulla salute mentale, insieme ai contenuti divulgativi imprecisi, possano portare alcune persone a interpretare come sintomi clinici forme di disagio comuni e transitorie, arrivando in certi casi ad amplificarle.
Un esempio estremo e molto studiato è quello dei cosiddetti “TikTok tics”: durante la pandemia, diversi centri clinici internazionali hanno documentato un aumento improvviso di adolescenti che presentavano comportamenti simil-tic dopo un’esposizione massiccia a video di creator che raccontavano la propria sindrome di Tourette.
Non si trattava di simulazione, ma di un fenomeno di suggestione e identificazione che mostra quanto il confine tra informarsi e “assorbire” un’etichetta possa farsi sottile.
Il caso del trauma
La parola trauma è forse l’esempio più chiaro di questo passaggio.
Anche “trauma” è un termine sempre esistito nel linguaggio colloquiale (“che trauma quell’esame!”) ma con una differenza sostanziale: era dichiaratamente un’esagerazione, e chi la pronunciava lo sapeva.
Oggi assistiamo a qualcosa di diverso: le persone usano la parola trauma in senso clinico, riferita a sé stesse, con tutta la serietà del termine tecnico. E una volta assunta l’etichetta, tendono a sentirsi investite di default di tutto ciò che al trauma clinicamente si accompagna: la fragilità, la vulnerabilità permanente, il bisogno di protezione.
Quando in realtà il trauma è un costrutto clinico complesso, e persino eventi di vita estremamente impattanti e dolorosi solo raramente risultano traumatici in senso proprio.
In altre parole: l’iperbole di ieri era una battuta, quella di oggi rischia di diventare un’autodiagnosi. E su questa differenza vale la pena fermarsi.
Il caso di Sara
Sara ha 29 anni e da qualche mese ha chiuso una relazione importante, durata quattro anni. La fine della storia è stata dolorosa, confusa, piena di rabbia da entrambe le parti.
Nelle settimane successive, Sara inizia a guardare video sull’argomento. L’algoritmo, che ha imparato in fretta cosa la fa fermare a guardare, gliene propone sempre di più: “come riconoscere un narcisista”, “le fasi dell’abuso narcisistico”, “sei stata vittima di love bombing?”.
Quando arriva in terapia, Sara ha già la sua diagnosi pronta: il suo ex è un narcisista patologico, lei è una vittima di abuso, e la tristezza che sente ogni mattina è il suo trauma. Ha persino individuato il proprio “attaccamento ansioso” e il “gaslighting” subito, che identifica in alcune discussioni in cui lui negava la propria versione dei fatti.
Nulla esclude a priori che alcune di queste letture possano avere un fondamento: esistono le relazioni maltrattanti, esiste il disturbo narcisistico di personalità, esiste la manipolazione. Ma nel lavoro terapeutico con Sara emerge progressivamente un quadro diverso: una relazione tra due persone giovani, con stili comunicativi disfunzionali da entrambe le parti, conflitti mal gestiti, bisogni non espressi. Nella fine della relazione emerge soprattutto un lutto: la perdita di una relazione, di un progetto di vita, di un’immagine di futuro.
Le conseguenze
Ed emerge un problema nuovo, creato proprio dalle etichette: finché il suo ex era “un narcisista” e lei “una vittima traumatizzata”, Sara non aveva accesso alla propria storia. Non poteva chiedersi cosa fosse successo davvero, cosa avesse provato, quale fosse stata la sua parte nella relazione, cosa volesse per il futuro.
L’etichetta aveva chiuso l’elaborazione prima ancora che potesse cominciare e Sara viene in terapia con la richiesta di essere aiutata a non scegliere più “uomini tossici” piuttosto che chiedere sostegno nel periodo di lutto o di elaborare in che modo la fine di questa relazione possa aver impattato sul suo funzionamento e possa farci capire alcuni suoi schemi e sistemi.
Non solo: l’etichetta le stava anche dettando come reagire. Convinta di essere una sopravvissuta a un abuso, Sara aveva interrotto ogni contatto non solo con l’ex, ma con tutti gli amici in comune; aveva iniziato a monitorare nelle nuove conoscenze i “segnali” visti nei video; viveva ogni ricordo della relazione come una riattivazione da cui proteggersi.
Reazioni che avrebbero senso di fronte a un abuso reale, ma che, applicate alla fine di una storia possono essere la migliore come la peggiore delle strategie da adottare. Quello che conta è “cosa è giusto per Sara”, e questo, se ci spostiamo sull’etichetta promossa dai social, diventa meno rilevante e il focus si sposta su “cosa funziona contro il narcisista”.
I costi nascosti della banalizzazione
Il caso di Sara ci aiuta a vedere da vicino quello che, su scala più ampia, riguarda tutti noi. Perché la banalizzazione del linguaggio clinico ha dei costi concreti, anche se poco visibili. Vediamoli insieme.
Patologizzare il normale
Se ogni tristezza è depressione, ogni preoccupazione è ansia patologica, ogni distrazione è ADHD, perdiamo qualcosa di prezioso: la possibilità di vivere le emozioni fisiologiche come parte della vita.
La tristezza dopo una perdita, l’ansia prima di un esame, il calo di concentrazione in un periodo stressante non sono sintomi da eliminare: sono segnali, hanno una funzione, e nella maggior parte dei casi passano da soli. Trattarli come patologie significa, paradossalmente, tollerarli sempre meno.
Sminuire la sofferenza di chi sta male davvero
C’è poi un effetto opposto e altrettanto dannoso. Se tutto è trauma, la parola trauma smette di significare qualcosa.
E chi convive con un disturbo post-traumatico da stress, con un disturbo bipolare o con un DOC reale si trova a vedere la propria sofferenza continuamente paragonata a una giornata storta.
La banalizzazione, nata da un eccesso di attenzione alla salute mentale, finisce così per produrre una nuova forma di invalidazione.
Chiudere le relazioni invece di comprenderle
Etichettare l’altro, ad esempio l’ex “narcisista”, il collega “tossico”, la madre “manipolatrice”, è spesso più rapido e meno doloroso che interrogarsi su una relazione.
L’etichetta semplifica, assolve, mette ordine. Ma è un ordine che costa caro: trasforma le persone in categorie e le storie in copioni, togliendoci la possibilità di capire cosa è successo davvero e, quando è il caso, di riconoscere anche la nostra parte.
Quando l’etichetta prescrive la reazione
C’è poi un costo più sottile, e forse il più insidioso di tutti. Le parole cliniche non si limitano a descrivere: prescrivono. Un trauma “esige” una risposta da trauma; un abuso “esige” una risposta da abuso.
Così, chi definisce trauma una delusione si sente motivato, e in qualche modo quasi in dovere di reagire in proporzione all’etichetta anziché all’evento: attivare strategie di regolazione emotiva estreme, tagliare relazioni in modo drastico, riorganizzare la propria vita attorno alla ferita. La drammatizzazione, a quel punto, non è più una scelta: è il copione che la parola stessa impone.
Se invece riuscissimo a nominare l’accaduto per ciò che è, ovvero una delusione, un torto, una perdita, un conflitto, potremmo stare in contatto con l’esperienza in modo diverso: sentirla, attraversarla, dove è possibile ridimensionarla.
Le risposte tornerebbero proporzionate ai fatti, non alle etichette. Non è sminuire il dolore: è restituirgli la misura giusta, che è la premessa per poterlo elaborare davvero. In poche parole, questa tendenza alla banalizzazione clinica è in sintonia con la sempre più attuale insofferenza al contatto con emozioni dolorose, altro fenomeno clinico rilevante e tremendamente in ascesa.
Ritardare (o sostituire) la valutazione professionale
Infine, il rischio forse più concreto: l’autodiagnosi può diventare un sostituto della valutazione clinica.
Chi si è già “diagnosticato” qualcosa sulla base di un video può convincersi di non aver bisogno di un professionista, oppure arrivarci con una convinzione così radicata da rendere difficile ogni approfondimento. E una diagnosi sbagliata, anche se autoprodotta, orienta scelte, relazioni, persino l’identità.
Il capitolo neurodivergenze: quando la distrazione diventa ADHD
Un discorso a parte, ma perfettamente parallelo, lo merita il mondo delle cosiddette neurodivergenze. Negli ultimi anni ADHD e spettro autistico sono diventati tra i contenuti più virali in assoluto: video su “come funziona un cervello ADHD”, liste di “segnali che sei autistico e non lo sai”, creator che raccontano la propria diagnosi tardiva raggiungendo milioni di visualizzazioni.
Anche qui, la premessa è doverosa: questa visibilità ha avuto effetti positivi reali. Molti adulti, soprattutto donne, storicamente sottodiagnosticate, hanno riconosciuto in quei racconti qualcosa di sé e sono arrivati a una valutazione seria dopo anni di fatiche inspiegate.
Il problema non è la visibilità: è, ancora una volta, la scorciatoia.
Perché nel linguaggio dei social il vocabolario clinico della neurodivergenza si è rapidamente trasformato in un repertorio di etichette quotidiane: mi distraggo durante le riunioni, “sono ADHD”; ogni tanto compro qualcosa d’impulso, “è la mia impulsività ADHD”; mi piace stare per conto mio e ho interessi intensi, “sono nello spettro”.
Distrazione, dimenticanze, procrastinazione, irrequietezza, impulsività: esperienze che appartengono, in qualche misura e in alcune fasi, a chiunque, specie in un’epoca progettata per frammentare l’attenzione di tutti, vengono rilette come indicatori diagnostici.
La ricerca scientifica
La ricerca ha iniziato a misurare il fenomeno: uno studio canadese sui cento video più popolari dedicati all’ADHD su TikTok ha rilevato che circa la metà conteneva informazioni fuorvianti, spesso presentando come specifici dell’ADHD vissuti comuni e aspecifici.
E i clinici che si occupano di valutazione riferiscono un numero crescente di persone che arrivano in studio non con un dubbio, ma con una certezza da confermare, e che vivono un eventuale esito negativo come un’invalidazione, non come un’informazione.
I rischi ricalcano quelli che abbiamo detto in precedenza, con alcune specificità:
- Superficialità diagnostica: l’ADHD e l’autismo si diagnosticano attraverso valutazioni approfondite: storia evolutiva, pervasività dei sintomi in più contesti, compromissione funzionale, esclusione di spiegazioni alternative. Nessuna checklist da social può sostituire questo lavoro, perché i singoli comportamenti sono aspecifici: è il pattern complessivo a fare la diagnosi.
- L’etichetta come identità: come per il trauma, l’autodefinizione “neurodivergente” tende a diventare rapidamente una lente totalizzante attraverso cui rileggere tutta la propria storia e ogni difficoltà futura. Questo può portare ad un effetto paradossale: ciò che viene attribuito a un tratto neurobiologico immutabile smette di sembrare affrontabile, e le strategie di cambiamento perdono senso ancora prima di essere provate.
- Il delegittimare chi convive con il disturbo reale: se “siamo tutti un po’ ADHD”, chi ha una compromissione funzionale grave (chi perde il lavoro, chi non riesce a completare gli studi, chi vede le proprie relazioni sgretolarsi) si ritrova a dover dimostrare che il suo non è un vezzo da social: in poche parole quella sensazione di essere finalmente compresi per le proprie atipie viene superata da una nuova sensazione di essere “un po’ tutti atipici”, togliendo valenza alla consapevolezza di funzionare in modo differente e di dare così un senso alle compromissioni o alle fatiche vissute per tutta una vita.
Anche in questo caso, la direzione non è negare il fenomeno né scoraggiare chi si interroga: è distinguere tra il legittimo “mi ci ritrovo, voglio capirne di più”, che apre a una valutazione professionale, e l’autodiagnosi che chiude la questione con l’ingresso in un gruppo online di auto-mutuo aiuto, dove probabilmente le informazioni sono confuse.
Un fenomeno che tocca anche gli addetti ai lavori
C’è un ultimo indizio che ci dice quanto questo nuovo modo di stare in contatto con la salute mentale si sia diffuso in profondità: comincia a riguardare anche chi la salute mentale la studia e la pratica per professione.
Inevitabilmente, anche i clinici, da esseri umani quali sono, subiscano un po’ il fascino delle etichette di tendenza, e finiscano per filtrare l’osservazione clinica attraverso occhi nuovi, più inclini a riconoscere nei pazienti i fenomeni che incontrano ogni giorno sul proprio smartphone.
È normale, e chi lavora nella salute mentale sa disciplinarsi e affidarsi a un assessment rigoroso, ma sarebbe ingenuo pensare che questi condizionamenti non stiano aumentando.
Sempre più spesso capita che giovani professionisti, non ancora abituati a differenziare con precisione la fenomenologia specifica, ricorrono a termini generalizzati e drammatici come “dipendenza affettiva“, “narcisismo”, per descrivere quadri che non hanno ancora esplorato a fondo, e per i quali non dispongono ancora degli indicatori che confermerebbero (o smentirebbero) quell’etichetta.
Il processo clinico diagnostico
È cambiata la direzione stessa del ragionamento clinico. Vent’anni fa il percorso era tipicamente bottom-up: si esplorava in profondità e, man mano che gli indizi si accumulavano, il fenomeno prendeva forma davanti agli occhi del clinico.
Oggi è molto più probabile il percorso inverso, top-down: da un’idea che si presenta subito alla mente (perché so che quel quadro esiste, perché è ovunque e perché vengo sensibilizzato continuamente a non sottovalutarne la presenza) si va a verificare se il caso raccoglie abbastanza indicatori per rientrarvi. Il ragionamento per ipotesi, di per sé, è un metodo clinico legittimo; il problema nasce quando l’ipotesi di partenza arriva dai trend anziché dai manuali teorici, e quando si cercano solo le conferme e non si apre il ragionamento in orizzontale.
Non è una colpa: è comprensibile che ci sia una fase in cui la mappa precede il territorio. Ma è un segnale significativo che questo linguaggio non è più solo un fenomeno da divulgazione ma sta plasmando il modo stesso in cui le nuove generazioni, comprese quelle di futuri clinici, guardano alla sofferenza psicologica.
Non torniamo al tabù: andiamo verso la precisione
Arrivati a questo punto potrebbe sorgere un dubbio: tutto questo discorso non rischia di riportarci indietro, a quando della salute mentale non si parlava affatto?
No, ed è bene dirlo con chiarezza. Che oggi si parli di salute mentale è un progresso enorme, che ha permesso a moltissime persone di riconoscere la propria sofferenza, di sentirsi meno sole e di chiedere aiuto. Il problema non è che se ne parli troppo: è che se ne parli in modo impreciso, veloce, costruito per l’engagement più che per la comprensione.
La direzione, quindi, non è il silenzio ma la precisione. Possiamo continuare a usare le nostre iperboli quotidiane (il linguaggio vive anche di questo) mantenendo però la consapevolezza che tra la battuta e la diagnosi c’è un confine, e che quel confine esiste per proteggerci, non per affaticarci.
E se il dubbio su noi stessi è serio, se quella tristezza non passa, se quei pensieri tornano e fanno paura, se quella relazione ci sta consumando, allora meritiamo qualcosa di più di un video da trenta secondi o di un test online. Meritiamo lo sguardo di un professionista, uno spazio in cui la nostra storia possa essere ascoltata per quello che è, senza etichette pronte all’uso.
Bibliografia
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- Foulkes, L., & Andrews, J. L. (2023). Are mental health awareness efforts contributing to the rise in reported mental health problems? A call to test the prevalence inflation hypothesis. New Ideas in Psychology, 69, 101010.
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- Haslam, N., Vylomova, E., Zyphur, M., & Kashima, Y. (2021). The cultural dynamics of concept creep. American Psychologist, 76(6), 1013–1026.
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