Tripofobia: definizione, sintomi e cure della paura dei buchi

Cos’è la tripofobia

Il termine tripofobia deriva dal greco trýpa (“buco”) e phóbos (“paura”), tradotto letteralmete quindi signifca “paura dei buchi”.

Da un punto di vista clinico questa condizione è caratterizzata infatti dalla comparsa di una marcata reazione di ansia, disgusto o repulsione di fronte a immagini che presentano pattern ripetitivi di piccoli fori o di protuberanze ravvicinate.

Chi soffre di questa condizione può percepire fastidio di fronte a stimoli quali, ad esempio: spugne, pelle di alcuni anfibi con pattern puntiformi, la conformazione di alcuni alveari ed i semi di alcuni fiori, come il loto.

Diffusione della tripofobia

Pur non essendo una diagnosi riconosciuta nei principali manuali nosografici, la tripofobia sembra essere una condizione clinica piuttosto diffusa nella popolazione.

In uno studio del 2015 (Le et al., 2015), a seguito della somministrazione del questionario TQ (Trypophobia Questionnaire) hanno rilevato che circa il 16% delle persone coinvolte nella ricerca riferiva uno stato di disagio legato alla vista di immagini con pattern tripofobici.

Sintomi della tripofobia

Le manifestazioni emotive più frequentemente riportate dalle persone che soffrono di tripofobia riguardano la percezione di un disgusto intenso associato a pelle d’oca, brividi, nausea e, talvolta, vertigini e sensazione di svenimento di fronte agli stimoli caratterizzati dai pattern tripofobici.

Sebbene il vissuto centrale sia associato al disgusto, in alcuni casi, le persone riportano anche emozioni di ansia e paura associate, in alcuni casi, a veri e propri attacchi di panico.

In entrambe le configurazioni, la risposta comportamentale associata agli stimoli tripofobici, come per qualsiasi altra fobia, consiste nell’evitamento attivo degli stimoli e delle immagini che scatenano il disagio.

Differenze rispetto alle fobie specifiche

Nelle fobie specifiche classiche la risposta emotiva principale consiste in un’intensa reazione d’ansia, accompagnata dalla percezione di una minaccia immediata (ragni, seprpenti, aereo ecc…).

Nella tripofobia, invece, lo stimolo non viene percepito come fonte di pericolo concreto e, sebbene vengano riportate delle reazioni d’ansia, soprattutto anticipatoria, l’emozione dominante sembra essere quella del disgusto.

A tal proposito, alcuni autori evidenziano come anche da un punto di vista neurofisiologico la tripofobia si collochi in una posizione diversa rispetto alle fobie classiche.

Nella maggior parte delle fobie, infatti, si riscontra una massiccia attivazione del sistema nervoso simpatico (aumento del battito cardiaco, della pressione arteriosa, della frequenza respiratoria e della sudorazione) che, da un punto di vista evolutivo, prepara il corpo ad una risposta di “attacco o fuga” tipicamente riscontrata nelle situazioni di pericolo o minaccia.

A questo pattern di attivazione fanno eccezione le fobie per il sangue, le iniezioni e le ferite (BII – Blood-Injection-Injury) che si caratterizzano invece per un’attivazione vaso-vagale bifasica: iniziale attivazione simpatica seguita da una repentina e massiccia attivazione parasimpatica (bradicardia e calo pressorio, fino ad arrivare ad una possibile sincope).

Nella tripofobia, a differenza di questi due quadri, sembra verificarsi invece una risposta fisiologica di tipo misto simpatico-parasimpatico, con manifestazioni assimilabili sia all’attivazione simpatica (come, ad esempio, l’aumento del battito cardiaco) che a quella parasimpatica (come la nausea e i brividi).

Cause della tripofobia

Le spiegazioni sulle possibili origini della tripofobia seguono principalmente due filoni:

Ipotesi percettivo-visiva

Cole e Wilkins (2013) hanno dimostrato che molte immagini considerate “scatenanti” condividono caratteristiche di contrasto e frequenza spaziale capaci di produrre un disagio visivo intrinseco.

Secondo questi autori, dunque, la risposta aversiva deriverebbe da una vulnerabilità percettiva di base, che precede ogni associazione cognitiva.

Ipotesi evolutiva legata alla malattia (disease-avoidance)

Secondo questa prospettiva, i pattern con buchi o protuberanze ripetitive attiverebbero nel cervello umano una traccia mnestica legata alla presenza di lesioni cutanee, eruzioni o colonie parassitarie.

In termini evoluzionistici, quindi, la tripofobia rappresenterebbe una strategia di risposta del tipo “better safe than sorry” inducendo una reazione di disgusto, anche di fronte a stimoli neutri, allo scopo di minimizzare il rischio di potenziale contagio.

A tal proposito, Kupfer e Le (2018) hanno evidenziato come i soggetti con elevata sensibilità tripofobica presentano un disagio analogo sia di fronte ad immagini tripofobiche sia a quelle rappresentanti delle malattie cutanee reali.

Questa ipotesi potrebbe anche spiegare perché la tripofobia sembri associarsi ad un pattern neurofisiologico misto simpatico-parasimpatico: vi è un’iniziale allerta volta ad individuare la potenziale fonte di contagio (attivazione simpatica) ma, successivamente, la risposta, più che facilitare la fuga (come avviene in caso di minaccia esterna immediata), tenderebbe a ridurre la possibile interazione con lo stimolo (attivazione parasimpatica) attraverso la promozione dell’immobilità (non toccare) e del disgusto/nausea (non ingerire).

L’ipotesi evolutiva e quella percettiva potrebbero non essere tra loro incompatibili. È infatti possibile supporre che stimoli visivamente avversivi (ipotesi percettiva) siano stati selezionati nel corso dell’evoluzione come segnali di potenziale pericolo biologico (ipotesi evolutiva).

In questo senso, i due processi, si rinforzerebbero vicendevolmente.

Approcci terapeutici

Sebbene non esistano protocolli terapeutici specificatamente validati per la tripofobia, le tecniche cognitivo-comportamentali comunemente utilizzate per le fobie specifiche sembrano essere promettenti anche per questa condizione.

In particolare, è possibile far ricorso alle tecniche di ristrutturazione cognitiva e, soprattutto, alle tecniche espositive. L’esposizione graduale, nello specifico, può contribuire significativamente alla riduzione delle risposte d’ansia e, parallelamente, può favorire un aumento della tolleranza al disgusto percepito in relazione agli stimoli con pattern tripofobici.

L’intervento cognitivo comportamentale, soprattutto laddove la componente del disgusto è predominante, può inoltre essere integrato da strategie di regolazione emotiva quali il rilassamento muscolare, le tecniche di respirazione o percorsi di mindfulness che, promuovendo l’accettazione di questa emozione, possono indirettamente contribuire all’aumneto della tolleranza soggettiva.

Conclusioni

La tripofobia rappresenta un fenomeno clinico emergente, non ancora formalmente classificato ma con evidenze sempre più solide.

Le reazioni di disgusto e avversione sembrano basarsi su un intreccio fra caratteristiche percettive intrinseche e meccanismi evolutivi di evitamento delle malattie.

Nonostante manchino protocolli standardizzati, gli approcci derivati dalla terapia cognitivo-comportamentale, ed in particolar modo dalle tecniche espositive, stanno mostrando buoni risultati preliminari.

Bibliografia

  • Cole, G. G., & Wilkins, A. J. (2013). Fear of holes. Psychological science, 24(10), 1980-1985.
  • Kupfer, T. R., & Le, A. T. (2018). Disgusting clusters: trypophobia as an overgeneralised disease avoidance response. Cognition and Emotion, 32(4), 729-741.
  • Le, A. T. D., Cole, G. G., & Wilkins, A. J. (2015). Assessment of trypophobia and an analysis of its visual precipitation. Psychological Reports, 116(1), 101–113.
  • Thiebaut, G., Méot, A., Prokop, P., & Bonin, P. (2024). Why are we afraid of holes? A brief review of trypophobia through an adaptationist lens. Evolutionary Psychological Science, 10(3), 269-281.
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