Soli in mezzo agli altri: la solitudine paradossale nel Disturbo Borderline di Personalità

La solitudine è un’esperienza umana universale, ma nel Disturbo Borderline di Personalità (BPD) assume una forma paradossale e peculiare: non è la solitudine di chi ha scelto il ritiro, né quella di chi è stato abbandonato. È la solitudine di chi desidera intensamente la connessione e allo stesso tempo non riesce a sostenerla. Comprendere questo paradosso, clinicamente e non solo fenomenologicamente, è l’obiettivo di questo articolo.

La solitudine nel BPD: cosa ci dicono i dati

Il Disturbo Borderline di Personalità è una condizione psicopatologica complessa, caratterizzata da instabilità emotiva, impulsività, alterazioni dell’immagine di sé e difficoltà pervasive nelle relazioni interpersonali.

La sua prevalenza nella popolazione generale è stimata tra lo 0,7% e il 2,7%, ma sale all’11-12% tra i pazienti psichiatrici ambulatoriali e al 22% tra quelli ricoverati. Le difficoltà interpersonali non sono un aspetto marginale di questo disturbo: i primi due criteri diagnostici del DSM-5 riguardano direttamente la sfera relazionale. Nel tempo, queste difficoltà generano un circolo vizioso: i tentativi di gestire le relazioni producono effetti che elicitano reazioni negative da parte degli altri, alimentando ritiro e solitudine cronica.

Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychiatry ha confrontato i livelli di solitudine percepita in pazienti con BPD, pazienti con Disturbo Depressivo Persistente e controlli sani, rilevando un dato clinicamente rilevante: i pazienti con BPD riportano livelli di solitudine significativamente più elevati non solo rispetto ai controlli sani, ma anche rispetto ai pazienti con depressione persistente, una condizione di per sé fortemente associata all’isolamento sociale (Nenov-Matt et al., 2020). Le reti sociali dei pazienti con BPD sono più piccole e meno diversificate rispetto a quelle dei controlli, un pattern che rispecchia la difficoltà strutturale di costruire e mantenere legami stabili nel tempo.

Un dato particolarmente interessante riguarda il rapporto tra dimensione della rete sociale e solitudine percepita: nella popolazione generale e nei pazienti con depressione persistente, avere una rete più ampia tende a proteggere dalla solitudine. Nel BPD questo nesso è molto più debole. Aumentare il numero di contatti sociali, di per sé, non è sufficiente a ridurre la solitudine: è la qualità percepita delle relazioni, e la capacità di abitarle, che fa la differenza.

Il vuoto cronico: un’esperienza centrale

Tra i nove criteri diagnostici del BPD, il “senso cronico di vuoto” è forse quello più difficile da descrivere e da comprendere per chi non lo sperimenta dall’interno. Non si tratta di depressione, né di noia, né di solitudine in senso stretto: è un’esperienza di profondo svuotamento, disconnessione da sé e dagli altri, assenza di senso e di riempimento interno (Sheena-Peer et al., 2025). Alcune persone lo descrivono in termini esistenziali (“una sensazione di essere senza scopo”), altre in termini quasi fisici, come “un buco dentro”. Clinicamente, è un’esperienza distinta dalla tristezza: non c’è dolore, c’è assenza.

Il vuoto è presente in una percentuale molto elevata di pazienti con BPD, tra il 71% e il 75%, rispetto al 26-34% di altri pazienti psichiatrici senza BPD e a circa il 10% della popolazione generale (Sheena-Peer et al., 2025). È tra i sintomi con le più basse probabilità di remissione spontanea nel corso del tempo (Zanarini et al., 2016), il che lo rende uno dei bersagli terapeutici più impegnativi e meno visibili del disturbo.

Nel BPD, il vuoto non è soltanto un’esperienza soggettiva passiva. Ricerche condotte con metodologia di valutazione ecologica momentanea, raccogliendo cioè dati ripetuti nella vita quotidiana dei partecipanti, mostrano che nei momenti in cui i pazienti sperimentano maggiori livelli di vuoto rispetto alla loro media individuale, aumentano significativamente i comportamenti impulsivi: spese eccessive, comportamenti alimentari disfunzionali, uso di sostanze, autolesionismo (Sheena-Peer et al., 2025).

Il vuoto, in altri termini, non è solo un sintomo: è un motore comportamentale. Il tentativo di riempirlo attraverso l’azione impulsiva è una delle manifestazioni più clinicamente rilevanti, e più costose, del disturbo.

Il paradosso relazionale: volere e temere l’altro

Al cuore della solitudine nel BPD c’è una contraddizione apparentemente insolvibile: il desiderio di connessione è intenso quanto la difficoltà di mantenerla. Questa dinamica affonda le radici in una storia relazionale spesso segnata da esperienze traumatiche precoci.

I pazienti con BPD riportano un carico traumatico infantile significativamente superiore ai controlli sani, su dimensioni che includono abuso emotivo e fisico, trascuratezza, abuso sessuale, e questa storia si deposita nella struttura del carattere sotto forma di ipervigilanza al rifiuto: la tendenza ad aspettarsi ansiosamente il rifiuto, a percepirlo rapidamente e a reagire in modo eccessivo, anche in presenza di segnali ambigui o neutri.

Il meccanismo non è diretto: non è il trauma in sé a produrre direttamente la solitudine, ma il modo in cui quel trauma ha modellato il sistema di aspettative relazionali dell’individuo. Il paziente con BPD entra nelle relazioni già in allerta, già predisposto a interpretare l’ambiguità come rifiuto. Il risultato è un circolo autoconfermante: l’ipervigilanza genera comportamenti interpersonali disfunzionali (richieste eccessive, rabbia improvvisa, ritiro brusco) che a loro volta elicitano reazioni negative dagli altri, confermando le aspettative di abbandono.

La solitudine non è il punto di partenza, ma il prodotto finale di questo circolo.

Questa dinamica trova una spiegazione evolutiva profonda nella teoria dell’attaccamento. L’attaccamento disorganizzato, quello stile che si sviluppa quando la figura di accudimento è simultaneamente fonte di protezione e di pericolo, predispone in età adulta a rappresentazioni multiple e incoerenti di sé e dell’altro (Liotti, 1992, 1999). Nel paziente con BPD, l’altro è desiderato e temuto allo stesso tempo: né l’avvicinamento né il ritiro offrono protezione. Il comportamento si disorganizza proprio nei momenti di maggiore bisogno relazionale, producendo reazioni che appaiono incomprensibili anche a chi le vive dall’interno.

La mentalizzazione: perché la connessione autentica è così difficile

Perché chi soffre di BPD fatica a costruire relazioni stabili anche quando lo desidera profondamente? Una risposta clinicamente fondata viene dalla teoria della mentalizzazione.

La mentalizzazione è la capacità di comprendere il proprio comportamento e quello altrui in termini di stati mentali interni come emozioni, intenzioni e desideri. È una funzione profondamente sociale: ci permette di rendere il mondo interpersonale prevedibile e significativo, di tollerare l’ambiguità, di reinterpretare un’esperienza relazionale difficile senza perdere il contatto con la realtà.

Nel BPD, questa capacità è strutturalmente vulnerabile: funziona adeguatamente in condizioni di bassa attivazione emotiva, ma tende a collassare proprio nei momenti di stress interpersonale intenso, cioè esattamente quando sarebbe più necessaria. Quando la relazione si fa intensa, quando emerge la possibilità di un abbandono o di un conflitto, la capacità di leggere gli stati mentali propri e dell’altro si inceppa. La persona perde il contatto con la propria vita interiore e con quella dell’altro. Le reazioni diventano impulsive, disproporzionate, difficili da comprendere anche in retrospettiva (Bateman & Fonagy, 2010).

È in questo senso che la solitudine nel BPD ha una natura strutturale: non dipende dalla mancanza di occasioni relazionali, ma dall’incapacità di abitare pienamente le relazioni che ci sono. La connessione autentica richiede di poter stare nella mente dell’altro e di sentirsi compresi; quando questa capacità si inceppa sotto la pressione emotiva, il paziente rimane solo anche in presenza dell’altro, e spesso non riesce a capire perché.

Il trattamento: ricostruire il ponte

La ricerca indica che la psicoterapia è il trattamento d’elezione per il BPD, e che i trattamenti più efficaci sono quelli sviluppati specificamente per affrontare le difficoltà centrali del disturbo. La Dialectical Behavior Therapy (DBT) di Marsha Linehan si concentra sulle abilità di regolazione emotiva, tolleranza della sofferenza ed efficacia interpersonale, combinando sessioni individuali, gruppi di skills training e coaching telefonico.

Una revisione sistematica recente ha confermato che la DBT produce riduzioni significative della sintomatologia BPD, dei comportamenti autolesivi e dei sintomi depressivi e ansiosi in comorbilità, sia nei programmi tradizionali della durata di un anno che in formati abbreviati. Quest’ultimo è un dato importante, perché molti pazienti con BPD faticano a mantenere un impegno terapeutico prolungato nei momenti di crisi (Francis et al., 2026).

La Mentalization-Based Treatment (MBT), sviluppata da Anthony Bateman e Peter Fonagy, interviene specificamente sul deficit di mentalizzazione che rende impossibile la connessione autentica. L’obiettivo non è fornire interpretazioni intellettuali sul proprio passato, ma restituire al paziente la capacità di stare nella relazione, con il terapeuta prima e con gli altri poi, mantenendo attiva la funzione riflessiva anche sotto stress emotivo.

I dati degli studi randomizzati controllati mostrano che la MBT produce miglioramenti significativi nel funzionamento interpersonale, nella riduzione dei tentativi di suicidio e nella diminuzione del ricorso ai servizi di salute mentale, con effetti che si mantengono e si approfondiscono nel lungo termine (Bateman & Fonagy, 2009, 2010).

Entrambi gli approcci condividono un elemento fondamentale: non si occupano esclusivamente dei comportamenti problematici, ma del substrato relazionale e riflessivo che li genera. Lavorare sulla solitudine nel BPD significa lavorare sulla capacità di abitare le relazioni, non solo di moltiplicarle.

Conclusioni

La solitudine nel Disturbo Borderline di Personalità non è una scelta né un fallimento caratteriale. È il prodotto di una storia relazionale spesso segnata dal trauma, di un sistema di attaccamento che ha imparato che l’altro è fonte di pericolo oltre che di cura, e di una capacità di mentalizzazione che vacilla proprio nei momenti in cui la connessione sarebbe più necessaria.

Riconoscerla clinicamente, distinguerla dall’isolamento volontario o dalla semplice mancanza di abilità sociali, è il primo atto terapeutico.

Il paradosso di chi vuole intensamente la connessione e allo stesso tempo non riesce a sostenerla è il cuore clinico del BPD. Comprenderlo con precisione, senza banalizzarlo né patologizzarlo ulteriormente, apre la strada a interventi capaci di agire non sulla superficie dei comportamenti, ma sulla struttura profonda e spesso invisibile delle relazioni.

Riferimenti bibliografici

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed.). Washington, DC: American Psychiatric Publishing.
  • Bateman, A., & Fonagy, P. (2009). Randomized controlled trial of outpatient mentalization-based treatment versus structured clinical management for borderline personality disorder. American Journal of Psychiatry, 166(12), 1355-1364.
  • Bateman, A., & Fonagy, P. (2010). Mentalization based treatment for borderline personality disorder. World Psychiatry, 9(1), 11-15.
  • Francis, B., Fino, E., & Heym, N. (2026). A systematic review of dialectical behaviour therapy, mentalisation-based treatment and internal family systems therapy for borderline personality disorder with comorbid depression and/or anxiety. Journal of Psychiatric Research, 194, 221-232.
  • Liotti, G. (1992). Disorganized/disoriented attachment in the etiology of the dissociative disorders. Dissociation, 5(4), 196-204.
  • Liotti, G. (1999). Disorganization of attachment as a model for understanding dissociative psychopathology. In J. Solomon & C. George (Eds.), Attachment Disorganization. New York: Guilford.
  • Nenov-Matt, T., Barton, B.B., Dewald-Kaufmann, J., et al. (2020). Loneliness, social isolation and their difference: a cross-diagnostic study in persistent depressive disorder and borderline personality disorder. Frontiers in Psychiatry, 11, 608476.
  • Sheena-Peer, L., Rafaeli, E., Berenson, K., Downey, G., & Kivity, Y. (2025). The urge to fill the void: emptiness, impulsivity, and mentalizing in the daily life of individuals with borderline personality disorder. Personality Disorders: Theory, Research, and Treatment, 16(5), 403-414.
  • Zanarini, M.C., Frankenburg, F.R., Reich, D.B., & Fitzmaurice, G.M. (2016). Fluidity of the subsyndromal phenomenology of borderline personality disorder over 16 years of prospective follow-up. American Journal of Psychiatry, 173(7), 688-694.
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