Quando il testimone diventa vittima: il caso Iryna Zarutska e la psicologia del trauma

Un caso di cronaca che ha fatto scalpore

Il 22 agosto scorso, una 23enne originaria di Kiev  di nome Iryna Zarutska  è stata uccisa a coltellate da un 34enne americano mentre viaggiava a bordo di un treno della metropolitana di Charlotte, in North Carolina.

Dopo la diffusione di alcuni video che mostrano la dinamica dell’omicidio, la vicenda ha scosso l’opinione pubblica statunitense e mondiale. Gli elementi dell’episodio che hanno contribuito a renderlo particolarmente toccante e oggetto di polemiche sono di diverso tipo.

Innanzitutto i filmati dell’aggressione sono stati divulgati sul web e chiunque ha potuto visionarli assistendo senza filtri ad immagini reali della brutalità del gesto su una vittima inerme. Inoltre il gesto dell’assassino è apparso totalmente privo di premeditazione e di un movente: l’uomo, dopo aver colpito più volte la ragazza alle spalle, si dirige lungo il vagone con il coltellino ancora insanguinato e “come se niente fosse” si toglie il cappuccio e scopre il volto.

Infine, l’inquadratura della telecamera di sicurezza insiste su Zarutska che accasciata sul sedile piange e si tocca il collo dove è stata colpita mentre i passeggeri seduti nelle vicinanze sembrano non accorgersi di nulla intenti a fissare il proprio cellulare.

Solo nei minuti successivi alcuni di loro prestano soccorso alla giovane che per la gravità delle ferite muore prima dell’arrivo in ospedale. Questo ultimo aspetto, quello del comportamento apparentemente disinteressato degli altri passeggeri della metro, è uno di quelli che ha sollevato più scalpore (assieme alla questione della sicurezza pubblica) proprio perché tale mancanza di solidarietà e di aiuto da parte degli altri è stata interpretata da molti come segno di un atteggiamento egoistico e quasi “disumano”.

Al di là della questione della omissione di soccorso che esula dagli intenti di questo articolo, quello che ci interessa analizzare sono i potenziali meccanismi psicologici alla base dei comportamenti di evitamento e fuga che gli individui possono presentare in situazioni estreme come quella appena descritta.

Traumatizzazione primaria e secondaria

Per trauma in psicopatologia intende “un’esperienza minacciosa estrema, insostenibile, inevitabile, di fronte alla quale un individuo è impotente”. (Hermann, 1992; Krystal, 1988; Van der Kolk, 1996)

Anche nei principali manuali psichiatrici internazionali, quali ad esempio il DSM-5 ed il più recente DSM-5-TR (APA, 2013, 2022) viene riconosciuta la valenza traumatica di eventi che espongono la persona a morte o ad una minaccia di morte, grave lesione oppure violenza sessuale in uno o più dei seguenti modi:

  1. fare esperienza diretta dell’evento
  2. assistere a un evento traumatico accaduto ad altri
  3. venire a conoscenza di un evento traumatico accaduto a un membro della famiglia oppure a un amico stretto. In caso di morte o minaccia di morte, l’evento deve essere stato di natura accidentale o violenta;
  4. fare esperienza di una ripetuta o estrema esposizione a dettagli crudi dell’eventi traumatico (es: primi soccorritori che raccolgono resti umani, agenti di polizia ripetutamente esposti a dettagli sugli abusi dei minori,…).

Rientrano in questa categoria: abuso sessuale, aggressione, lutto, incidente, malattia, calamità naturali.

I passeggeri come vittime secondarie

Da quanto detto si evince come la persona che affronta un evento con connotazione traumatica (improvviso, minaccioso e soverchiante) possa  viverlo e subirne la violenza sia direttamente (vittimizzazione primaria) che assistendo come testimone (vittimizzazione secondaria) sia, infine, prestando soccorso alla vittima stessa (trauma vicario).

È evidente quindi come i passeggeri della metropolitana che hanno assistito all’omicidio della giovane ucraina, possano essere considerati vittime secondarie proprio perché testimoni diretti dell’avvenimento minaccioso e perché, data anche la prossimità fisica all’aggressore, possono essersi essi stessi percepiti in pericolo e vulnerabili davanti a tale brutalità ed imprevedibilità.

Ne consegue che, anche se la vittima diretta dell’aggressione resta la giovane ragazza ucraina, su un piano psicologico le persone coinvolte possono aver presentato le tipiche risposte umane di fronte ad un pericolo imminente, tra cui l’immobilismo e la fuga.

Reazioni psicologiche immediate all’evento ad alto impatto stressante

Tutti noi, di fronte ad un evento fortemente stressante, manifestiamo una reazione psicofisica più o meno intensa e di durata variabile (pensiamo alla reazione che abbiamo quando siamo testimoni, per esempio, di un incidente stradale) ma solo una parte degli individui esposti ad eventi estremi sviluppa una sindrome postraumatica stabilizzata.

La base corporea di tale risposta immediata si fonda sul funzionamento del nostro sistema nervoso autonomo: in particolare, per comprendere i meccanismi fisiologici ortosimpatici e parasimpatici (e la loro modulazione) che sono in azione in caso di minaccia grave risulta preziosa la Teoria Polivagale di Stephen Porges (2001).

Ogni volta che reagiamo a uno stimolo, attiviamo una risposta neurofisiologica di diversa intensità che dipende da come valutiamo lo stimolo stesso (se più o meno preoccupante, più o meno pericoloso): questo processo avviene in modo pre-cognitivo, al di sotto del livello della coscienza (o, più precisamente, in modo tanto rapido da essere al di fuori delle tempistiche di realizzazione cosciente della reazione stessa).

Il processo di valutazione della pericolosità dello stimolo è chiamato neurocezione; è plausibile che la soglia di attivazione dell’allarme si sposti in alto o in basso a partire da fattori soggettivi (come la storia personale di attaccamento, o fattori temperamentali).

La risposta neurofisiologica del corpo rappresenta quanto un certo stimolo ci attiva: quanto ci allarma o quanto al contrario ci comunica un senso di stabilità e tranquillità.

Esistono degli indizi di pericolo che il cervello intuitivamente e pre-cognitivamente riconosce, che dipendono da elementi non verbali, come prosodia della voce di chi ci parla, lettura della parte superiore del volto degli esseri umani o degli animali di fronte a noi oppure la postura.Tutti questi indizi ci portano a valutare un certo stimolo come più o meno pericoloso.

Le risposte fisiologiche

A seguito del processo di neurocezione, esistono tre possibili risposte associate a tre differenti vie neurali:

  1. NERVO VAGO VENTRALE, che innerva la maggior parte degli organi sovra-diaframmatici (evolutivamente è più recente)
  2. SISTEMA NERVOSO SIMPATICO
  3. NERVO VAGO DORSALE, che innerva gli organi sotto-diaframmatici (evolutivamente più antico)

Per capire i diversi tipi di risposta che gli esseri umani presentano davanti ad uno stimolo minaccioso, Porges suggerisce di usare l’immagine del semaforo, dove a ogni colore corrisponde un diverso assetto di attivazione neurofisiologica, e un comportamento finale differente:

Risposta verde

Lo stimolo è interpretato come non pericoloso o moderatamente attivante: viene coinvolto il nervo vago ventrale, che innerva i muscoli del volto (in particolare è coinvolta la parte superiore del viso, maggiormente espressiva) e gli organi sovra-diaframmatici, e ha la funzione di modulare la risposta del sistema nervoso simpatico frenandone l’attivazione (il “freno vagale”).

Questo circuito viene definito Social Engagement System (SES, Sistema di Coinvolgimento Sociale), e rappresenta la risposta sociale del sistema nervoso autonomo alle nostre necessità di protezione e sicurezza.

Attraverso il SES, noi cerchiamo il contatto oculare e somatico con l’altro, situazione che ci permette di modulare il nostro stato neurofisiologico a partire dalla vicinanza/contatto con questo “altro” (che sia un uomo, una donna, un animale, eccetera). In questo stato, cerchiamo idealmente una risposta di immobilità senza paura, cioè uno stato di tranquillità in presenza dell’altro.

Risposta gialla

Il problema si presenta quando lo stimolo viene percepito come pericoloso: in questo caso vi è una risposta di mobilizzazione (risposta gialla).

Pre-cognitivamente, attraverso la neurocezione, interpretiamo lo stimolo come molto pericoloso. Interviene il sistema nervoso autonomo simpatico che ci porta ad attivarci in due modi: in un primo momento cerchiamo la fuga; poi, quando questa non è possibile, produciamo un attacco allo stimolo (“predatore”).

Questa risposta è primitiva ed è definita di attacco/fuga (flight/fight, che rappresenta anche la sequenza esatta dei comportamenti, con la fuga come prima risposta, l’attacco come ultima risorsa).

L’attivazione del sistema nervoso simpatico avviene perché i precedenti – gerarchicamente- sistemi di modulazione della risposta fisiologica (il Social Engagement System) non hanno funzionato; essendo bypassato il SES, la risposta attacco e fuga non tiene conto dell’altro: è una risposta non sociale.

Risposta rossa

Quando lo stimolo è soverchiante, e si percepisce un reale rischio per la vita, il Sistema Nervoso Autonomo mette in atto una risposta molto antica, attivando la via del nervo vago-dorsale (risposta dorso-vagale). Ciò conduce al collasso dei sistemi di risposta sia in termini di mobilizzazione (che abbiamo chiamato risposta gialla) che in senso pro-sociale (risposta verde), e produce il comportamento di finta morte o feigned death: la persona sviene (sincope dorso-vagale) oppure vengono prodotti sintomi di natura dissociativa in cui la mente si distrae da se stessa, annullandosi.

Vengono attivati gli organi sotto-diaframmatici, con attivazione gastrointestinale (nausea, talora vomito e rilascio sfinteri), poiché sono innervati dal ramo dorsale del nervo vago. Meno sangue ed energia va agli arti, con senso di debolezza, anestesia, analgesia, il cuore rallenta e si ha broncocostrizione (fiato corto, tosse).

Evoluzionisticamente la finta morte ha avuto una funzione di difesa estrema in casi di soverchiante pericolo proveniente da un predatore.

Considerazioni cliniche

Considerando gli aspetti più clinici, queste tre differenti risposte, mediate da circuiti nervosi distinti, possono essere messe in atto in differenti situazioni di eventi vissuti come soggettivamente pericolosi o quasi mortali.

Ricordiamo che la risposta psicofisiologica avviene pre-cognitivamente, prima e al di sotto del livello della coscienza. La risposta all’evento altamente stressante dipende dalla “rappresentazione neurocettiva” (livello di pericolo) che la persona fa dell’evento stesso mentre lo sperimenta.

In questa ottica è presumibile poter interpretare i comportamenti dei testimoni all’omicidio di Iryna Zarutska come reazioni alla fase di shock in cui potrebbero essersi susseguiti pattern pre-cognitivi e automatici sia di freezing (restare immobilizzati a fissare il cellulare) che poi fuga (scappare senza intervenire per aiutare la ragazza).

Quando la risposta all’evento stressante diventa traumatizzazione

La risposta acuta da stress, per quanto intensa, attiva fisiologicamente tutte le risorse (biologiche, emotive, psicologiche, relazionali, affettive, sociali) dell’individuo, legate alla sua sopravvivenza e al suo benessere: collettivamente queste risorse possono essere raccolte sotto l’ampio concetto “ombrello” di Resilienza.

Essendo tutto il genere umano (Homo sapiens) dotato di notevole resilienza, nella maggior parte delle situazioni le risorse di resilienza prevalgono: questo porta la maggior parte degli individui a ritrovare uno stato di equilibrio in modo abbastanza rapido (da qualche ora fino a qualche giorno), con un ritorno del nostro arousal (livello di attivazione del sistema nervoso autonomo) allo stato precedente all’esposizione all’evento stressante. In tal caso, l’evento, seppur estremo, intenso, altamente stressante, non è necessariamente traumatizzante.

Solomon (1988) sintetizza le fasi di reazione ad un evento acuto da stress che promuovono l’azione resiliente, nei seguenti passaggi:

  • Percezione della minaccia
  • Percezione della vulnerabilità (“Oh mio Dio!”): Risposte automatiche di attacco, fuga, collasso.
  • Fase dell’agency (“Devo fare qualcosa”): Fase della transizione dal focalizzarsi sull’interno al focalizzarsi sulla gestione del pericolo esterno
  • Fase del coping (“Sopravviverò…ma come?”): possono esserci risposte automatiche se siamo stati addestrati oppure agire d’istinto tirando fuori un piano
  • Momento dell’impegno (“Ci siamo!”): Si agisce mettendosi in salvo oppure aiutando il prossimo perché aumentano lucidità e consapevolezza

La risposta acuta da stress non deve quindi essere in alcun modo considerata come un disturbo, rientrando in tutto e per tutto in una normale risposta fisiologica ad un evento abnorme.

Il disturbo da stress post traumatico

Di per sé, l’evento estremo ed abnorme ha quindi la potenzialità di indurre una sindrome traumatica; ma essere coinvolti in un evento estremo non significa automaticamente avere la certezza che tale sindrome si avveri, cioè che si inneschi il meccanismo patogenetico detto traumatizzazione, sviluppando veri e proprio disturbi stress-correlati come, ad esempio, il Disturbo da Stress-Post Traumatico.

In conclusione, anche se la reazione dell’opinione pubblica verso coloro che non sono intervenuti in difesa della giovane vittima di omicidio nella metropolitana a Charlotte (USA) è stata connotata da indignazione e toni di accusa, è necessario considerare queste stesse persone come direttamente esposte alla traumaticità dell’evento.

La spinta automatica del sistema nervoso autonomo davanti  alla percezione di un pericolo imminente conduce a reazioni di auto-tutela che – se non comprese – potrebbero portare i diretti coinvolti ad essere oggetto di critiche esterne o interne che, a loro volta, incidono nel processo di elaborazione dell’evento aumentandone l’impatto emotivo e la traumaticità stessa.

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