Il fenomeno dell’Eco-Ansia
Il cambiamento climatico non è più soltanto un tema da dibattito geopolitico ma anche una questione psicologica.
Sempre più persone, con una netta prevalenza tra i giovani adulti e la cosiddetta Generazione Z, sperimentano oggi una forma di malessere caratterizzata da un senso di impotenza cronica, rabbia e angoscia per il destino del pianeta. In letteratura psicologica, questo quadro ha assunto il nome di eco-ansia.
I confini del malessere: Eco-Ansia vs Solastalgia
Per comprendere appieno questo fenomeno e non rischiare di banalizzarlo, è necessario fare chiarezza terminologica, attingendo alla letteratura psicologica più recente.
L’American Psychological Association (APA) definisce l’eco-ansia come “una paura cronica del collasso ambientale” (Clayton et al., 2017). Si tratta di uno stato psicologico proiettato prevalentemente verso il futuro: il soggetto vive un vero e proprio lutto anticipatorio, circa la perdita di ambienti naturali ed ecosistemi, la potenziale estinzione di specie animali e la precarietà delle condizioni di vita umana prima ancora che quello scenario si trasformi effettivamente in realtà.
Questa costante apprensione si traduce in sintomi simili a quelli dello stress cronico: iperattivazione del sistema nervoso, rimuginio, senso di impotenza o colpa per le proprie scelte ambientali quotidiane.
Esiste anche una seconda accezione del dolore ecologico, la cosiddetta solastalgia. Questo termine, coniato all’interno dell’ambito filosofico, descrive invece una ferita emotiva ancorata al presente e al territorio: “La solastalgia è la forma di nostalgia, vulnerabilità e isolamento che si prova quando si è ancora a casa propria, ma l’ambiente circostante si sta trasformando in modo traumatico, degradato e irriconoscibile sotto i nostri occhi” (Albrecht et al., 2007).
Pensiamo a chi assiste alla desertificazione del proprio territorio d’origine, alle conseguenze devastanti di un’alluvione che altera per sempre il paesaggio, alla sparizione di un ghiacciaio o al disboscamento di un’area verde. Se l’eco-ansia è l’angoscia per l’incertezza del domani, la solastalgia è il dolore cronico derivante dall’impotenza di oggi di fronte alla perdita del proprio “luogo sicuro”.
Entrambe le dimensioni contribuiscono a un pesante carico di stress.
Uno studio globale pubblicato su The Lancet Planetary Health (Hickman et al., 2021), condotto su 10.000 giovani in tutto il mondo, ha rivelato che oltre il 45% degli intervistati afferma che l’ansia climatica influisce negativamente sulla propria vita quotidiana, sul sonno, sullo studio e sulle relazioni, associandosi a una profonda sfiducia nelle istituzioni e nel futuro.
L’Eco-Ansia non è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)
I sintomi manifestati da chi sperimenta Eco-Ansia sono principalmente:
- preoccupazioni pervasive
- pensieri intrusivi
- difficoltà di concentrazione
- sintomi somatici come tensioni muscolari, alterazioni del sonno o tachicardia
Tale sintomatologia potrebbe a prima vista essere assimilata a quella descritta dai criteri diagnostici del disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD), ma la principale differenza consiste nel fatto che nel GAD l’ansia è alimentata da valutazioni cognitive disfunzionali, catastrofizzazioni e bias di sovrastima del pericolo che risultano sproporzionati rispetto alla realtà oggettiva.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) classica interviene qui con la ristrutturazione cognitiva, aiutando il paziente a confutare i pensieri irrazionali, a tollerare l’incertezza e a ridimensionare la minaccia percepita attraverso l’esame di realtà.
Nell’eco-ansia invece la minaccia è reale e validata da report e da studi scientifici. Di conseguenza, tentare di applicare la ristrutturazione cognitiva non è solo clinicamente inefficace, ma risulta profondamente invalidante. (Pihkala, 2020).
Come evidenziato da Clayton (2020), l’eco-ansia non è una patologia mentale in sé, ma una risposta adattiva che denota empatia e connessione ecologica con gli altri e con l’ambiente.
Il problema clinico sorge quando la preoccupazione si trasforma in impotenza appresa o, al contrario, in comportamenti ossessivi di controllo che logorano il benessere della persona. L’obiettivo della terapia, dunque, non è eliminare l’ansia, che è l’espressione di un valore sano, ma modificare il modo in cui la persona si relaziona a essa.
Il Modello ACT: dalla paralisi all’azione impegnata
L’obiettivo della terapia non può essere dunque la rimozione dell’ansia ecologica, ma aiutare la persona a coesistere con questa consapevolezza contrastando il senso di sopraffazione. Una risposta clinica efficace arriva dall’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), un modello di terza generazione della CBT basato sull’incremento della flessibilità psicologica (Hayes et al., 2006).
L’ACT non mira alla riduzione sintomatica diretta, ma modifica la relazione che il paziente ha con i propri contenuti mentali dolorosi.
Il modello teorico e clinico dell’ACT è rappresentato dall’Esaflex, un modello esagonale a sei componenti interdipendenti con al centro l’obiettivo della flessibilità psicologica. Questa qualità non coincide con l’assenza di sofferenza, ma rappresenta la capacità di essere pienamente presenti nel momento attuale con apertura e consapevolezza, e di persistere o cambiare il proprio comportamento in modo coerente con i propri valori profondi.

All’interno della cornice teorica dell’ACT, i sei processi, raggruppati in tre dimensioni sovraordinate, possono essere utilizzati come elementi chiave per affrontare l’eco-ansia:
Consapevolezza e Apertura (Open)
Questa prima dimensione si pone in opposizione all’evitamento esperienziale e alla fusione cognitiva, che si attivano automaticamente di fronte alla paura del futuro planetario.
1 – Accettazione: accettare non significa rassegnarsi, bensì accogliere, fare spazio a emozioni dolorose quali la tristezza per la perdita della biodiversità, l’angoscia per il futuro o la rabbia verso le istituzioni politiche, lasciando che fluiscano senza cercare di controllarle, reprimerle o evitarle. Queste emozioni devono essere interpretate come l’evidenza del proprio amore per il mondo.
2 – Defusione: consiste nell’imparare a osservare i propri pensieri catastrofici (es. “Siamo condannati, è tutto inutile“) per quello che sono: semplici parole, storie o immagini prodotte dal linguaggio della mente, e non sentenze definitive o realtà assolute. Distanziarsi da questa narrazione, permette di interrompere il rimuginio distruttivo (Budziszewska & Jonsson, 2021).
Contatto con il Presente (Aware)
Questa dimensione contrasta la tendenza della mente a viaggiare nel tempo, rimanendo intrappolata in scenari catastrofici futuri o nostalgici del passato (solastalgia).
3 – Contatto con il momento presente: radica l’individuo nel “qui e ora” con un atteggiamento di apertura. Aiuta la persona a riconnettersi all’esperienza sensoriale immediata (es. il contatto fisico con la natura circostante o il respiro), regolando l’ansia dovuta all’iperattivazione del sistema di minaccia.
4 – Sé come contesto: consente di sviluppare la capacità di osservare la propria esperienza da una prospettiva distaccata (il Sé osservatore). La persona impara a non identificarsi con la propria ansia o la propria disperazione e a percepirsi come “il contenitore”, il “contesto” appunto, in cui queste emozioni transitano. Questa distinzione offre uno spazio sicuro e protetto da cui osservare le proprie emozioni senza sentirsene sopraffatti.
Impegno e Direzione (Active)
Rappresenta la dimensione comportamentale dell’Esafliex. È la sezione del modello in cui la flessibilità psicologica assume i connotati di concretezza e impegno.
5 – Valori: questo processo guida la persona a chiarire ciò che è veramente importante per lei e significativo per la propria esistenza. Nel contesto della crisi climatica, i valori possono riguardare la giustizia sociale, la tutela della vita, la connessione con la comunità o la cura del territorio. I valori non sono obiettivi da raggiungere (es. “comprare un’auto elettrica”), ma direzioni di vita permanenti (es. “vivere nel rispetto dell’ambiente”).
6 – Azione impegnata: consiste nell’intraprendere azioni concrete, misurabili e sostenibili guidate dai propri valori, mantenendo la motivazione anche quando emergono ostacoli esterni o interni dovuti ai propri pensieri catastrofici (es.”Tanto non serve a nulla“). L’azione impegnata restituisce al paziente l’agency, cioè il senso di efficacia e controllo personale, contrastando l’impotenza appresa (Clayton, 2020).
Coltivare la “Resilienza Ecologica” attraverso la Comunità
Molte delle persone che sperimentano questo tipo di ansia provano un profondo senso di alienazione e isolamento sociale. Si sentono incomprese dai propri familiari o dai pari, sperimentando una forma di dissonanza nella vita quotidiana: “Perché io sento questo dolore e questa angoscia mentre le persone intorno a me continuano a vivere come se nulla stesse accadendo?”.
La letteratura scientifica più recente evidenzia come la transizione dall’isolamento individuale alla connessione comunitaria agisca come fattore protettivo e terapeutico (Agius Wellman, 2024).
Partecipare a gruppi di attivismo, frequentare i cosiddetti Eco-Distress circles (spazi di condivisione emotiva guidati da professionisti) o semplicemente validare il problema all’interno di una rete di pari normalizza l’esperienza vissuta.
La “resilienza ecologica” non si costruisce isolandosi all’interno di una fortezza psicologica individuale, ma scoprendo che il proprio dolore è una risposta collettiva e condivisa.
L’importanza di un percorso guidato
Quando la mente percepisce una minaccia intensa e fuori dal proprio controllo, le emozioni di ansia e angoscia diventano persistenti e invalidanti e possono attivarsi strategie di coping disfunzionali, come rimuginio o negazione. In questo contesto è fondamentale rivolgersi a un professionista della salute mentale.
Intraprendere un percorso di psicoterapia, in particolare orientato a modelli di terza generazione come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), significa concedersi uno spazio sicuro e strutturato in cui l’eco-ansia possa essere riconosciuta e trasformata attraverso l’identificazione o il rafforzamento dei propri valori personali e della flessibilità psicologica.
Il modello dell’Esaflex diventa una mappa pratica di self-help e crescita: si impara a respirare nel presente, a distaccarsi dalle storie catastrofiche della mente e a ritrovare il coraggio di agire.
Bibliografia
- Agius Wellman, L. (2024). The collective buffer: How community activism mitigates eco-anxiety in emerging adults. Environmental Psychological Review, 19(2), 112–127.
- Albrecht, G., Sartore, G. M., Connor, L., Higginbotham, N., Freeman, S., Kelly, B., Stain, H., & Every, G. (2007). Solastalgia: The distress caused by environmental change. Australasian Psychiatry, 15(Suppl 1), 95–98.
- Budziszewska, M., & Jonsson, S. E. (2021). From climate anxiety to climate action: An ACT-based perspective on environmental grief. Frontiers in Psychology, 12.
- Clayton, S. (2020). Climate anxiety: Psychological responses to climate change. Journal of Anxiety Disorders, 74.
- Clayton, S., Manning, C. M., Krygsman, K., & Speiser, M. (2017). Mental health and our changing climate: Impacts, implications, and guidance. American Psychological Association & EcoAmerica.
- Hayes, S. C., Luoma, J. B., Bond, F. W., Masuda, A., & Lillis, J. (2006). Acceptance and Commitment Therapy: Model, processes and outcomes. Behaviour Research and Therapy, 44(1), 1–25.
- Hickman, C., Marks, E., Pihkala, P., Clayton, S., Lewandowski, R. E., Mayall, E. E., Wray, B., Mellor, C., & van Susteren, L. (2021). Climate anxiety in children and young people and their beliefs about government responses to climate change: A global survey. The Lancet Planetary Health, 5(12), 863–873.
- Pihkala, P. (2020). Anxiety and the ecological crisis: An analysis of eco-anxiety and solastalgia. Sustainability, 12(19).



