Quante volte ci capita di reagire in modi che ci sembrano strani o sono eccessivi, al punto da pensare: “Non sono io”?
La riflessione sui vissuti di disagio, dolore e estraneità verso le proprie emozioni e comportamenti è al centro del libro di Anabel Gonzalez, psichiatra e psicoterapeuta esperta di trauma.
In Non sono io, l’autrice ci guida a comprendere come molte delle nostre reazioni più intense siano in realtà risposte emotivamente e fisiologicamente logiche e adattive a esperienze passate, spesso traumatiche, che hanno lasciato tracce profonde nel nostro modo di percepire e vivere il mondo.
Non si tratta di dare giudizi sul carattere o sulla volontà personale, queste reazioni rivelano la storia delle nostre esperienze e del nostro sistema nervoso, i meccanismi di difesa che si attivano e le parti di noi che cercano di proteggerci.
I concetti chiave del libro toccano temi dall’attaccamento al trauma, dalla dissociazione ai sistemi difensivi, per offrire uno sguardo comprensivo e pratico su come possiamo iniziare a riconoscere e integrare le diverse parti di noi stessi.
Quando il passato si attiva nel presente
Molte reazioni che giudichiamo eccessive, immature o incoerenti non nascono da una debolezza di carattere, ma esprimono i vissuti di parti di noi rimaste bloccate nel tempo del trauma. In quei momenti non rispondiamo come adulti consapevoli, ma come bambini o adolescenti che hanno imparato a sopravvivere in contesti difficili.
A volte reagiamo con rabbia improvvisa, ci chiudiamo emotivamente, proviamo vergogna (anche senza capirne il motivo) o magari sentiamo di “perdere il controllo”.
Non è che “non siamo noi”: è che parti di noi stanno rivivendo il trauma o altre stanno cercando di proteggerci, usando strategie che un tempo sono state utili.
Le parti del Sé: non un problema, ma una risorsa
Uno dei messaggi più potenti del libro è la normalizzazione della frammentazione interna. Tutti abbiamo parti diverse: quella razionale, quella che vive emozioni dolorose, quella impaurita, quella arrabbiata.
A causa del trauma, però, queste parti possono esistere in modo molto intenso, rimanere separate, senza dialogo, generando confusione e sofferenza.
Non dobbiamo eliminare queste parti, ma ascoltarle, comprenderle e integrarle. Smettere di aver paura o di combattere ciò che sentiamo ci permette di iniziare a creare uno spazio interno più sicuro, necessario per il processo terapeutico di riparazione e cambiamento.
Attaccamento e trauma: strategie di sopravvivenza che diventano modelli relazionali
In Non sono io, Anabel Gonzalez collega in modo esplicito il trauma ai modelli di attaccamento.
Le nostre esperienze relazionali precoci plasmano il nostro modo di percepire gli altri e stare in relazione, ma anche la regolazione emotiva e l’immagine di sé.
Quando le figure di accudimento sono sufficientemente disponibili e sintonizzate, il bambino sviluppa un attaccamento sicuro che gli permette di esplorare il mondo e di tornare a una base protettiva nei momenti di stress.
Al contrario, in contesti caratterizzati da imprevedibilità, trascuratezza o paura, il sistema di attaccamento si organizza attorno a strategie di sopravvivenza. Le esperienze relazionali di attaccamento possono diventare traumatiche.
Gonzalez descrive, ad esempio, come nell’attaccamento evitante il bambino impari a minimizzare i bisogni emotivi, sviluppando precocemente un’autonomia apparente che serve a ridurre il rischio di ulteriore rifiuto.
Nell’attaccamento ansioso, invece, l’iperattivazione emotiva e la ricerca costante di vicinanza diventano tentativi di mantenere il legame con una figura percepita come incostante.
Nei casi più complessi, l’attaccamento disorganizzato emerge quando la stessa figura che dovrebbe offrire protezione è anche fonte di paura: qui il bambino resta intrappolato in risposte contraddittorie, senza una strategia stabile per ottenere sicurezza.
Questi modelli non scompaiano con la crescita, ma tendono a riattivarsi nelle relazioni adulte, soprattutto in situazioni di intimità, dipendenza o stress.
Le reazioni intense, la difficoltà a fidarsi, l’alternanza tra bisogno di vicinanza e ritiro possono allora essere comprese come l’espressione di memorie relazionali traumatiche. In questa prospettiva, il trauma non è solo ciò che è accaduto, ma anche ciò che è mancato: la possibilità di sentirsi visti, protetti e regolati all’interno di una relazione sicura.
Il sistema percettivo e i sistemi difensivi: una lettura polivagale del trauma
Altro asse cardine delle riflessioni del libro e’ la comprensione delle parti di se’ alla luce del funzionamento del nostro sistema nervoso.
Il funzionamento del sistema percettivo e’ un elemento centrale nel trauma e il cervello traumatizzato non reagisce sulla base della realtà presente, ma sulla base della sicurezza percepita.
In questa prospettiva, la teoria polivagale offre una cornice utile per comprendere come il sistema nervoso autonomo organizzi risposte difensive automatiche prima ancora che intervenga la valutazione cognitiva.
Il concetto di neurocezione descrive proprio questo processo: una valutazione inconscia e rapidissima che stabilisce se una situazione è sicura, pericolosa o minacciosa per la sopravvivenza.
Quando la neurocezione rileva sicurezza, il sistema vagale ventrale consente l’accesso alle funzioni di regolazione emotiva, contatto sociale e mentalizzazione. Al contrario, in presenza di segnali di pericolo — anche vaghi o simbolici — il sistema si orienta verso risposte difensive.
Gonzalez descrive come, nei soggetti con una storia di trauma relazionale, la soglia di attivazione sia spesso abbassata: stimoli interpersonali comuni, come un tono di voce, uno sguardo o una distanza emotiva, possono essere interpretati dal sistema come minacce, attivando risposte di lotta o fuga (iperattivazione simpatica) o, nei casi più gravi, stati di immobilizzazione, collasso o dissociazione (attivazione vagale dorsale).
Questi stati non sono scelte consapevoli, ma risposte automatiche di un sistema nervoso che ha appreso a sopravvivere in contesti di pericolo prolungato.
In questa ottica, l’esperienza del “non sono io” trova una spiegazione neurofisiologica: nei momenti di attivazione difensiva, l’accesso alle funzioni corticali superiori si riduce, rendendo difficile riconoscersi nei propri comportamenti.
Il lavoro terapeutico, come emerge dal libro, non mira a controllare le reazioni difensive, ma a ripristinare gradualmente esperienze di sicurezza sufficienti a ricalibrare il sistema percettivo, permettendo alla persona di tornare a sentirsi presente, integrata e in relazione.
Dalla comprensione al cambiamento: il processo terapeutico
Il percorso terapeutico e’ un processo graduale che puo’ richiedere anche tempi molto lunghi e che parte dalla comprensione e non dalla correzione del sintomo.
Il primo passaggio fondamentale è aiutare la persona a dare senso alle proprie reazioni, riconoscendole come risposte adattive a esperienze passate e non come segni di fallimento personale.
Questa riformulazione riduce la vergogna e crea le condizioni minime di sicurezza necessarie affinché il sistema nervoso possa uscire da uno stato difensivo cronico.
Solo quando le reazioni vengono comprese e accolte, diventa possibile lavorare sull’integrazione delle diverse parti del Sé, favorendo un dialogo interno più coerente e regolato.
Il cambiamento, in questa prospettiva, non avviene attraverso il controllo volontario delle emozioni, ma tramite esperienze ripetute di regolazione condivisa all’interno della relazione terapeutica.
Il terapeuta funge da base sicura, aiutando il paziente a riconoscere gli stati di attivazione, a tollerare gradualmente le emozioni e a differenziare il passato dal presente.
Attraverso questo processo, le memorie traumatiche perdono la loro carica attuale e il sistema percettivo può ricalibrarsi, ampliando la finestra di tolleranza.
Il risultato non è l’eliminazione delle parti ferite, ma una loro cura e lo sviluppo di una maggiore integrazione e flessibilità. La persona può finalmente sentirsi più presente a sé stessa, riconoscendo che quelle reazioni che un tempo sembravano “non essere io” fanno parte di una storia che ora può essere compresa, contenuta e trasformata.



