Limerenza: un malessere confuso con l’innamoramento

“Ha visualizzato il messaggio e non ha risposto.”

Per alcune persone, da quel momento comincia un lavoro estenuante. Perché non risponde? Forse è occupato. Forse ho scritto qualcosa di sbagliato. Ieri sembrava interessato. Però stamattina ha guardato la mia storia. E quella fotografia? A chi era rivolta?

Si torna a controllare il telefono. Poi il profilo. Si ricostruisce una conversazione avvenuta tre giorni prima alla ricerca di un dettaglio sfuggito. Nel frattempo si lavora, si studia, si parla con altre persone.

In apparenza! Ma una parte della mente continua ad andare per conto suo. Potremmo pensare che sia soltanto innamoramento. Quando siamo innamorati pensiamo molto all’altra persona, desideriamo incontrarla e attribuiamo importanza a segnali che normalmente ci lascerebbero indifferenti.

In alcuni casi, però, l’attenzione diventa così intensa da occupare una parte enorme della vita mentale. L’altra persona diventa contemporaneamente fonte di desiderio, speranza, ansia, sofferenza e sollievo.

A questa esperienza è stato dato un nome: Limerenza.

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Un nome nuovo per un’esperienza antica

Il termine Limerence fu introdotto alla fine degli anni Settanta dalla psicologa statunitense Dorothy Tennov, dopo avere raccolto centinaia di testimonianze sull’esperienza dell’innamoramento, e formalizzato nel 1979 nel libro Love and Limerence: The Experience of Being in Love.

Tennov scelse deliberatamente una parola nuova, priva di una particolare etimologia, per descrivere un’esperienza che ricorreva con caratteristiche simili nei racconti delle persone intervistate.

Per molto tempo la limerenza è rimasta ai margini della ricerca psicologica. Negli ultimi anni il termine ha ripreso a circolare, prima sui social e poi nella letteratura scientifica. Descrive una forma particolarmente intensa e persistente di coinvolgimento verso una persona:

  • Il pensiero ritorna continuamente sull’altro, spesso in modo involontario.
  • Si immaginano incontri e conversazioni, si ripercorrono quelli già avvenuti, si cercano prove di reciprocità.
  • Una risposta può produrre euforia; un silenzio far precipitare l’umore.

Descrivere non significa diagnosticare

La limerenza non è un disturbo riconosciuto dalle attuali classificazioni psichiatriche. È il nome dato a un’esperienza che può avere intensità molto diverse e che, quando diventa pervasiva, deve essere compresa all’interno del funzionamento complessivo della persona.

In psichiatria lo stesso contenuto mentale può assumere significati molto diversi a seconda di come è comparso, di quanto dura e di ciò che contemporaneamente sta accadendo all’umore, al sonno, all’impulsività, alle relazioni e alla capacità di lavorare o studiare.

La caratteristica più interessante della limerenza non è soltanto l’intensità del desiderio, ma il ruolo assunto dall’incertezza.

Se sappiamo con chiarezza che qualcuno ci ama, molte domande perdono importanza. Se sappiamo con altrettanta chiarezza che non vuole avere rapporti con noi, possiamo soffrire molto, ma disponiamo almeno di un’informazione.

Nella limerenza la risposta rimane sospesa. Quel «forse sì, forse no» diventa un tarlo mentale, e il pensiero trova continuamente nuovo materiale per alimentarsi.

Quando l’incertezza alimenta il pensiero

Un messaggio affettuoso seguito da due giorni di silenzio può acquistare più forza di una presenza costante. Ogni nuovo segnale sembra contenere la possibilità di risolvere finalmente l’incertezza e, nello stesso momento, produce nuove interpretazioni.

Il meccanismo ricorda ciò che in psicologia dell’apprendimento viene definito rinforzo intermittente: quando una ricompensa arriva in maniera imprevedibile, il comportamento utilizzato per cercarla tende a persistere. Non sappiamo quando arriverà la risposta e, proprio per questo, continuiamo a controllare.

Nella limerenza accade qualcosa di analogo: una parte dell’attività mentale viene progressivamente reclutata nel tentativo di decifrare cosa provi l’altro.

Una ricerca pubblicata su Acta Psychologica ha permesso di osservare il fenomeno con maggiore precisione. In uno degli studi, attraverso campionamenti ripetuti durante la giornata, le persone con una limerenza problematica riferivano pensieri rivolti all’oggetto del loro interesse per circa metà del tempo di veglia.

Questo non significa che pensare spesso a qualcuno sia indice di un disturbo, ma mostra quanto, nelle forme problematiche, l’esperienza possa diventare pervasiva.

La stessa ricerca ha trovato associazioni con: ansia e depressione, esperienze traumatiche, vissuti di solitudine, maladaptive daydreaming (la tendenza a immergersi per lunghi periodi in fantasie molto elaborate, fino a interferire con la vita quotidiana)

Si tratta di associazioni, non di spiegazioni causali. La ricerca sulla limerenza è ancora troppo recente per stabilire un’unica origine del fenomeno. Dare un nome a un’esperienza non significa averla spiegata.

Il telefono ha cambiato qualcosa

Dorothy Tennov descriveva la limerenza nel 1979, quando per sapere qualcosa della persona desiderata bisognava incontrarla, telefonarle o aspettare.

Oggi possiamo sapere se è online. Possiamo vedere se ha letto un messaggio, quando ha pubblicato una fotografia, chi ha messo un like, chi ha iniziato a seguire. Possiamo tornare su una vecchia conversazione, ingrandire un’immagine, controllare un profilo senza che l’altro ne sappia nulla.

Il cellulare più che dar luce all’ossessione amorosa, ne ha modificato l’ambiente nel quale può svilupparsi. Ogni controllo promette un’informazione in più che spesso, tuttavia, non chiude la questione e ne produce un’altra in un ciclo continuo: incertezza, controllo, sollievo momentaneo, nuova incertezza, nuovo controllo.

Studi recenti su fenomeni simili vanno nella stessa direzione: osservare ripetutamente sui social il profilo di un ex partner è associato a maggiore sofferenza dopo la separazione, affettività negativa e gelosia, con effetti più evidenti nelle persone caratterizzate da maggiore ansia di attaccamento.

Non abbiamo prove sufficienti per affermare che i social causino la limerenza; è più ragionevole pensare che offrano a una mente già catturata dall’incertezza una quantità di materiale che in passato semplicemente non esisteva.

Limerenza e psicopatologia: i confini della diagnosi

La parola «ossessione» può creare un equivoco. Pensare continuamente a una persona non significa avere un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC): la limerenza non è una diagnosi del DSM e non dovrebbe essere trasformata in una nuova etichetta clinica automatica.

Esistono alcune somiglianze (pensieri intrusivi, difficoltà a spostare l’attenzione, comportamenti ripetitivi di controllo), ma anche differenze importanti.

Per sommi capi: nel DOC il pensiero ossessivo è tipicamente indesiderato, fonte di disagio e in contrasto con ciò che la persona vorrebbe pensare; nella limerenza il pensiero è intrusivo e doloroso, ma la persona verso cui è diretto rimane profondamente desiderata. Si vorrebbe smettere di pensarci continuamente, senza necessariamente smettere di desiderarla.

Gli studi suggeriscono anche una relazione con forme di insicurezza nell’attaccamento, sebbene sarebbe semplicistico concludere che dietro ogni limerenza esista uno schema rigido e immutabile.

Quando un innamoramento diventa un problema?

Il confine più utile passa da ciò che quel sentimento comincia a sottrarre, più che dalla sua intensità:

  • Il tempo che occupa e quanto condiziona l’umore.
  • L’interferenza con lavoro, studio, sonno, amicizie o relazioni esistenti.
  • La quota di giornata organizzata unicamente per ottenere informazioni sull’altra persona.

È possibile desiderare intensamente qualcuno senza perdere la propria vita intorno a quel desiderio. Nelle forme problematiche, invece, il campo si restringe e le attività quotidiane diventano solo lo sfondo di una vicenda principale.

Inoltre, la frase “non riesco a smettere di pensare a lei” può appartenere a quadri clinici molto diversi: un disturbo di personalità complicato dall’uso di sostanze, una fase di espansione dell’umore (con riduzione del bisogno di sonno e impulsività), un funzionamento di tipo ossessivo, una depressione che amplifica la ruminazione o, nei casi in cui il rapporto con la realtà si altera e subentra una convinzione delirante di reciprocità nonostante le evidenze contrarie, una condizione francamente psicotica.

Lo stesso comportamento, dunque, non basta a fare una diagnosi: occorre comprendere il processo e la storia sottostante.

Uscire dal circuito

Se il controllo, la ricerca di segnali e le rassicurazioni alimentano il circuito, lavorare su questi comportamenti costituisce la base del trattamento. Ridurre il monitoraggio sui social, interrompere la ricerca continua di indizi, limitare la richiesta di rassicurazioni e riconoscere il tempo trascorso nelle fantasie significa intervenire sui fattori di mantenimento.

All’inizio il disagio può aumentare, poiché viene meno il comportamento utilizzato per ottenere un sollievo immediato.

Al momento non disponiamo di un protocollo terapeutico specifico e validato per la limerenza. Quando la sofferenza è significativa, la priorità non è «curare la limerenza», ma capire cosa la stia sostenendo.

In alcuni casi emergeranno ruminazione e intolleranza dell’incertezza; in altri depressione, ansia o sintomi ossessivi; in altri ancora la personalità di base o l’uso di sostanze. In molti casi, semplicemente, ci troveremo di fronte a una persona che sta vivendo in modo dolorosamente pervasivo un’intensa esperienza umana.

Resta da capire quale posto abbia assunto quella persona nella mente. Il desiderio può caricarsi di significati che vanno ben oltre la realtà: sentirsi finalmente desiderabili, riconosciuti o al sicuro.

Una relazione appena iniziata, o mai iniziata, può occupare uno spazio enorme perché intorno a essa abbiamo costruito molto più di ciò che è realmente accaduto.

Uscire da una limerenza non richiede di convincersi che l’altro «non valeva la pena». Richiede di separare, poco alla volta, la persona reale da ciò che le abbiamo affidato, tornando a investire in ciò che nel frattempo è rimasto ai margini.

L’innamoramento restringe sempre un po’ il nostro mondo e, per qualche tempo, una persona diventa più luminosa delle altre. Il problema comincia quando, continuando a guardare quella luce, si rabbuia tutto il resto.

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Bibliografia essenziale

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