Ipersonnia: quando dormire troppo non significa riposare

L’ipersonnia è un disturbo complesso che coinvolge aspetti biologici, psicologici e sociali: riconoscerla e comprenderla è il primo passo per evitare che venga banalizzata come semplice pigrizia o mancanza di volontà dell’individuo che ne è affetto.

Una diagnosi accurata e un trattamento mirato permettono a chi ne soffre di recuperare un migliore equilibrio tra sonno, veglia e benessere psicologico. In questo panorama, soprattutto negli ultimi decenni, ha dimostrato sempre più efficacia il trattamento psicologico del disturbo, in particolare quello cognitivo-comportamentale.

Lo psicologo, in questi casi, non si limita a intervenire sul sonno in senso stretto, ma accompagna la persona in un percorso di comprensione, adattamento e recupero del funzionamento personale e sociale, collaborando con altre figure sanitarie e combinando i vari tipi di terapie.

Cos’è l’ipersonnia

L’ipersonnia è un disturbo del sonno caratterizzato da un’eccessiva sonnolenza diurna, nonostante un tempo di sonno notturno apparentemente adeguato o addirittura, in certi casi, prolungato. Gli individui che ne soffrono possono avere importanti difficoltà a mantenere uno stato di veglia soddisfacente durante il giorno, con potenziali ripercussioni significative sul funzionamento cognitivo, emotivo e sociale in generale.

Il termine ipersonnia (dal greco) indica un insieme di condizioni accomunate da un bisogno eccessivo di dormire o da una persistente sensazione di stanchezza e sonnolenza. Non va confusa con la semplice “stanchezza”: nell’ipersonnia il sonno non risulta ristoratore e il risveglio è spesso difficile e accompagnato da confusione mentale (inerzia del sonno).

Dal punto di vista clinico, si distinguono l’Ipersonnia primaria (o idiopatica) che non è attribuibile ad altre condizioni mediche o psichiatriche e l’Ipersonnia secondaria, conseguente invece ad altre patologie, a disturbi del sonno o all’uso di sostanze/farmaci.

Cause dell’ipersonnia

Le cause più frequenti dell’ipersonnia possono essere molteplici e spesso interagiscono tra loro, rendendo più complessa la comprensione e la risoluzione del quadro clinico; in particolare, le principali sono:

Cause neurologiche e biologiche

  • Alterazioni dei meccanismi cerebrali che regolano il ciclo sonno-veglia
  • Disturbi neurologici (traumi cranici, malattie neurodegenerative)
  • Predisposizione genetica (soprattutto nelle forme idiopatiche)

Cause psicologiche e psichiatriche

  • Disturbi dell’umore, in particolare la Depressione
  • Disturbi d’ansia cronicizzati
  • Stress prolungato e burnout
  • Cause legate al sonno
  • Apnea ostruttiva del sonno
  • Sindrome delle “gambe senza riposo”
  • Ritmo sonno-veglia irregolare (es. lavoro a turni)
  • Uso di sostanze o farmaci
  • Uso di alcool o sostanze sedative
  • Effetti collaterali di farmaci (ad es., alcuni ansiolitici, antidepressivi, antipsicotici)

Sintomi dell’ipersonnia

I sintomi principali dell’ipersonnia vanno oltre il semplice “dormire tanto” e includono:

  • Sonnolenza diurna eccessiva e persistente
  • Bisogno di sonnellini frequenti e poco ristoratori
  • Difficoltà di concentrazione e rallentamento cognitivo
  • Problemi di memoria e attenzione
  • Irritabilità, apatia o calo della motivazione
  • Risvegli difficili, con confusione e disorientamento
  • Riduzione delle prestazioni lavorative o scolastiche

Dal punto di vista psicologico, in particolare, la persona può sperimentare frustrazione, senso di colpa e una riduzione dell’autostima a causa della difficoltà nel “funzionare” efficacemente come gli altri o come prima.

La diagnosi

La diagnosi di ipersonnia richiede una valutazione multidisciplinare, che generalmente comprende un primo colloquio clinico approfondito con il medico (che tenga conto della condizione generale del paziente), esami strumentali come la polisonnografia o il Multiple Sleep Latency Test (MSLT), questionari specifici, la compilazione del cosiddetto “diario del sonno”, dove il paziente può annotare le caratteristiche specifiche del proprio sonno e tutte le eventuali conseguenze.

È fondamentale, inoltre, escludere altre cause mediche o psichiatriche prima di formulare una diagnosi definitiva.

Cura dell’ipersonnia

Il trattamento dell’ipersonnia dipende dalla causa sottostante e può includere molteplici tipologie di intervento.

Tra questi, i più efficaci, spesso in una visione integrata e combinata, prevedono:

  • interventi farmacologici (ad es., farmaci stimolanti o promotori della veglia in condizioni adeguate);
  • il trattamento farmacologico della patologia di base (ad es., Depressione o Ansia) combinato con specifici interventi psicologici;
  • percorsi di Psicoterapia cognitivo-comportamentale, utile per gestire i sintomi associati, migliorare l’igiene del sonno e affrontare eventuali difficoltà emotive;
  • tecniche di gestione dello stress;
  • modifiche dello stile di vita;
  • regolarizzazione degli orari di sonno e veglia e miglioramento dell’igiene del sonno;
  • adozione di attività fisica moderata e costante; riduzione di alcool e sostanze sedative.

La prognosi dell’ipersonnia varia in base alla forma e alla causa sottostante: nelle forme secondarie, il miglioramento è spesso significativo quando si tratta efficacemente la patologia di base.

Nell’ipersonnia idiopatica, invece, il disturbo tende ad avere un andamento cronico, ma una presa in carico adeguata può ridurre l’impatto dei sintomi e migliorare sensibilmente la qualità di vita del paziente, pur non risolvendo del tutto il problema.

Un approccio integrato e personalizzato rappresenta comunque l’elemento chiave per una gestione efficace nel lungo periodo: è in questa visione che assume un ruolo centrale il trattamento psicologico dell’ipersonnia.

Trattamenti psicologici

Infatti, sebbene l’ipersonnia abbia spesso una base neurobiologica, il trattamento psicologico può rivelarsi molto utile nella gestione del disturbo, soprattutto per ridurne l’impatto sulla qualità di vita, sul funzionamento quotidiano e sul benessere emotivo. L’intervento psicoterapeutico non si limita infatti a “far dormire meno”, ma aiuta la persona a sviluppare strategie adattive per convivere al meglio con il disturbo e a modificare quei fattori cognitivi, emotivi e comportamentali che ne mantengono o amplificano i sintomi.

Gli interventi psicologici mirano fondamentalmente a ridurre la sonnolenza diurna percepita e la disfunzionalità associata, migliorare la qualità e l’organizzazione del sonno, gestire le conseguenze emotive (frustrazione, demoralizzazione, ansia, depressione, rabbia o irascibilità), potenziare il senso di autoefficacia e il controllo sul disturbo, migliorare il funzionamento lavorativo, sociale e relazionale.

Dal momento che, come si è accennato, in molte forme di ipersonnia (in particolare quella idiopatica), l’obiettivo non è la “guarigione” completa, ma una gestione efficace e sostenibile dei sintomi, il trattamento cognitivo-comportamentale  (CBT) riveste un ruolo centrale nella presa in carico dell’ipersonnia, soprattutto all’interno di un approccio integrato con il medico del sonno, lo psichiatra o il medico di medicina generale.

L’intervento cognitivo comportamentale (CBT)

L’intervento CBT si articola su più livelli, che prevedono varie fasi e diversi step:

1. Valutazione psicologica e funzionale

La fase iniziale comprende l’analisi del ritmo sonno-veglia del paziente, la valutazione delle abitudini di sonno e diurne, l’identificazione di pensieri disfunzionali legati alla sonnolenza (es. “Se oggi sono stanco non riuscirò a fare nulla”), l’esplorazione delle reazioni emotive e comportamentali alla stanchezza, la valutazione di eventuali comorbidità psicologiche (depressione, ansia, stress cronico).

Questa prima analisi consente di costruire una formulazione del caso personalizzata, fondamentale per un intervento mirato ed efficace.

2. Psicoeducazione sul disturbo

Un elemento chiave dell’intervento CBT è la psicoeducazione, in cui lo psicologo aiuta la persona a comprendere la natura dell’ipersonnia, a distinguere tra sonnolenza fisiologica e vissuti soggettivi di stanchezza, ridurre l’autocolpevolizzazione e lo stigma (ad es., “sono pigro…”, “non ho abbastanza forza di volontà!”) che spesso accompagnano questo disturbo e infine a sviluppare aspettative realistiche sul trattamento

La psicoeducazione ha un effetto terapeutico diretto, poiché tende a ridurre ansia, senso di impotenza e comportamenti disfunzionali di evitamento.

3. Intervento sui comportamenti di mantenimento

Nell’ipersonnia sono frequenti comportamenti che, sebbene comprensibili, finiscono per rinforzare e mantenere il problema. Tra questi, i più frequenti sono i sonni diurni prolungati o non programmati, la riduzione eccessiva delle attività, l’irregolarità negli orari di sonno e veglia, l’utilizzo del letto come luogo di ritiro e inattività.

Lo psicologo CBT lavora quindi in questa fase sulla regolazione comportamentale, aiutando la persona a ri-strutturare la propria giornata con attività compatibili con il livello di energia a disposizione, pianificare eventuali sonnellini brevi e strategici, stabilire routine regolari e ridurre l’evitamento e il ritiro sociale.

4. Lavoro sui pensieri disfunzionali

L’ipersonnia è spesso accompagnata da credenze disfunzionali rigide e catastrofiche molto comuni in chi ne soffre; pensieri tipici possono essere: “Se sono stanco, è inutile provarci”, “Non sarò mai come gli altri”, “La mia vita è bloccata dal sonno”, ecc.

Attraverso tecniche di ristrutturazione cognitiva, lo psicologo CBT può aiutare il paziente a identificare tali pensieri automatici riconoscendoli ogni volta che si presentano nelle situazioni di vita quotidiana, metterli in discussione e sviluppare interpretazioni più flessibili e funzionali, così da favorire un atteggiamento di accettazione attiva.

5. Gestione emotiva e stress

Dal momento  che stress e disregolazione emotiva possono amplificare la sonnolenza diurna, l’intervento CBT prende in considerazione e utilizza anche:

Tecniche di rilassamento
– Training di gestione dello stress
– Interventi sulla regolazione emotiva
– Strategie di problem solving
– In presenza di depressione o ansia, il trattamento viene adattato per affrontare anche questi aspetti.

6. Interventi di terza generazione

Nelle forme croniche di ipersonnia risultano particolarmente utili gli approcci integrati basati sul modello dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e della Mindfulness.

Ovviamente, come già accennato, per ottenere migliori risultati in questa tipologia di quadro clinico, è sempre auspicabile che lo psicologo cognitivo-comportamentale lavori  e collabori in sinergia con le altre figure professionali (medico del sonno, neurologo, psichiatra), così da integrare interventi farmacologici e psicologici e ottimizzando l’efficacia del trattamento.

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