Ipersensorialità: quando i sensi “sentono troppo”

La nostra presenza nel mondo nasce inevitabilmente dai sensi. Prima ancora delle parole, dei pensieri o dei legami, ciò che struttura il nostro contatto con l’ambiente è una continua danza di informazioni sensoriali: rumori, luci, odori, consistenze, movimenti, pressioni, variazioni termiche.

La maggior parte delle persone non se ne accorge quasi mai, perché il cervello filtra e ordina tutto con una sorta di “editor automatico”.

In condizioni tipiche, il sistema nervoso seleziona ciò che è rilevante e filtra ciò che è secondario, garantendo un equilibrio tra stimolazione e regolazione.

Ma per alcune persone questo filtro funziona in modo diverso: a volte registra troppo poco, altre troppo. In questi casi parliamo di iposensorialità o ipersensorialità, due fenomeni che possono accompagnare lo sviluppo, influenzare la vita quotidiana o diventare parte di quadri psicopatologici più complessi.

L’interesse clinico su questi fenomeni è cresciuto enormemente. Per decenni, ad esempio, la sensibilità sensoriale è stata associata quasi esclusivamente all’autismo; oggi sappiamo che riguarda una gamma molto più ampia di condizioni, arrivando a configurarsi come un fenomeno transdiagnostico che attraversa numerosi disturbi psichici e neuroevolutivi.

Comprenderla significa leggere meglio il funzionamento delle persone, indirizzare diagnosi più accurate e costruire interventi realmente efficaci.

La sensorialità: il linguaggio del corpo

La sensorialità non è semplicemente un insieme di “cinque sensi”.

Per sensorialità intendiamo l’insieme dei processi attraverso cui il sistema nervoso riceve, seleziona, modula e interpreta gli stimoli provenienti dall’ambiente e dal corpo. Non è solo percezione: è anche regolazione.

Jean Ayres, neuropsicologa considerata fondatrice della teoria dell’integrazione sensoriale, descriveva la sensorialità come una funzione essenziale per organizzare il comportamento, sviluppare il senso di sé e costruire la base per le competenze motorie, cognitive e relazionali.

Nella sensorialità, ad esempio, sono presenti la propriocezione, che informa su posizione e movimento del corpo, il sistema vestibolare, che regola equilibrio e orientamento e l’interocezione, che segnala stati interni come fame, tensione muscolare, battito cardiaco.

Ogni persona possiede un proprio profilo sensoriale, con soglie più o meno alte per attivarsi di fronte agli stimoli. La sensorialità può essere vista come il modo in cui il corpo costruisce la mappa del mondo e di sé.

Sensorialità atipica: Iposensorialità e ipersensorialità

Si parla di iposensorialità quando la soglia di attivazione è alta: il sistema registra poco, con conseguente necessità di stimoli più intensi. Le manifestazioni possibili includono:

  • scarsa risposta a stimoli che gli altri percepiscono facilmente
  • ricerca di sensazioni forti (pressioni, movimento, luci intense)
  • difficoltà a cogliere segnali corporei o ambientali rilevanti

Possiamo trovare esempi di iposensorialità nel bambino che non sente il proprio corpo urtare le sedie, nell’adulto che non avverte fame o freddo fino a livelli estremi, in chi “non si accorge” di rumori o segnali sociali.

All’opposto troviamo invece l’ipersensorialità, in cui la soglia è molto alta e anche stimoli minimi risultino destabilizzanti. Per le persone che vivono ipersensorialità, per esempio:

  • rumori lievi sembrano violenti,
  • il tessuto di una maglietta è irritante,
  • il contatto fisico imprevedibile risulta minaccioso,
  • gli ambienti affollati provocano confusione o ansia,
  • l’odore del cibo è travolgente,
  • il tatto leggero sembra “punzecchiare”.

Queste reazioni non sono capricci, né alterazioni della realtà, né ipersensibilità emotiva: sono risposte neurofisiologiche a un mancato filtraggio degli stimoli.

Se alcune persone che funzionano così sin dalla nascita riescono bene a integrare questo modo atipico di sentire va detto che in altri casi l’ipersensorialità diventa fonte di disagio, evitamento sociale, sovraccarico emotivo o difficoltà scolastiche e lavorative.

Ipersensorialità nella pratica clinica: perché oggi se ne parla di più?

Dal 2013 l’American Psychiatric Association ha incluso i “comportamenti sensoriali atipici” nei criteri diagnostici dell’autismo. Questo ha dato impulso enorme alla ricerca.

Una metanalisi del 2022 ha mostrato che atipicità sensoriali emergono in praticamente tutti i disturbi psichiatrici studiati ovvero ADHD, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi dell’umore, disturbi post-traumatici, tic e Tourette, disturbi somatici, disturbi del comportamento alimentare.

La presenza ricorrente suggerisce che la disfunzione sensoriale non sia solo un sintomo accessorio, ma una dimensione di vulnerabilità trasversale.

Impatto sulla vita quotidiana

È sempre più chiaro come alterazioni della sensorialità abbiano un forte impatto sulla nostra vita quotidiana in termini di affaticabilità, irritabilità, difficoltà di concentrazione, evitamento sociale e problemi nella regolazione emotiva.

Questi elementi, se non riconosciuti, possono essere erroneamente interpretati come tratti caratteriali o confusi tra i disturbi psichiatrici.

Ipersensorialità nella clinica

Una delle sfide è distinguere se l’ipersensorialità sia un tratto neurodivergente, costituzionale o l’espressione di una disregolazione emotiva.

Nel primo caso sarà presente dall’infanzia, stabile e non necessariamente problematico se gestito con strategie adeguate.

Quando fa parte di un quadro neurodivergente specifico troviamo ad esempio i seguenti.

Autismo

È il campo più studiato: oltre il 90% delle persone nello spettro mostra alterazioni sensoriali.

L’ipersensorialità può riguardare tutti i domini, con pattern intensi e precoci: difficoltà con suoni improvvisi, avversione per alcune consistenze alimentari, rifiuto del contatto fisico leggero, saturazione rapida in ambienti affollati.

Per molti individui autistici la gestione sensoriale è una delle principali sfide quotidiane.

Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD)

Negli ultimi anni sono emersi dati molto interessanti in cui gli adulti con ADHD presentano maggiore sensibilità tattile, minore tolleranza allo stimolo e differenze nella risposta corticale al tatto.

Le ricerche EEG mostrano difficoltà nella “integrazione” degli stimoli simultanei: lo stimolo elettrico e il tatto interferiscono l’uno con l’altro più che nei controlli.

Uno dei dati più rilevanti è che le difficoltà sensoriali nell’ADHD possono essere confuse con comportamenti di irrequietezza o evitamento, mentre rappresentano un vero problema di modulazione sensoriale.

Altri disturbi clinici

Se invece rappresenta un aspetto sintomatologico di un altro quadro clinico fluttuerà a seconda del contesto, dello stato mentale dell’individuo e sarà possibile delineare il momento in cui è comparsa questa alterazione (in concomitanza o poco distante dall’esordio clinico del disturbo).

Ad esempio, la troviamo in questi quadri:

  • Disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Nel trauma, l’ipersensorialità deriva da un sistema di allarme iperattivo: iperacusia, ipersensibilità al tatto improvviso, fastidio agli odori associati all’evento traumatico, saturazione in ambienti complessi. In questo caso non è un tratto neurobiologico primario, ma un effetto dei sistemi neurofisiologici (amigdala ecc.) in stato di ipervigilanza.
  • Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Qui l’ipersensorialità ha un carattere più “percettivo” e meno globale. Può essere parte della dimensione sensoriale-sensorimotoria del DOC. Possiamo osservare fastidio marcato per simmetrie imperfette, intolleranza tattile legata alla sensazione di contaminazione, ipersensibilità al “fuori posto”.
  • Disturbi del comportamento alimentare (DCA). Alcuni pazienti, in particolare con anoressia nervosa, descrivono ipersensibilità interocettiva (pieno, gonfiore, nausea), avversione sensoriale a certi cibi, fastidio al tocco in aree del corpo percepite come critiche.

L’ipersensorialità può mantenere rigidità alimentari o rituali ed è presente solo durante l’insorgenza del quadro clinico, non è congenita.

Ipersensorialità o altro? Quanto è fondamentale differenziare

La ricerca sul tema dell’ipersensorialità è troppo recente per essere esaustiva ed è importante comprendere quanto questo aspetto, adesso integrato nella mente di medici e terapeuti possa avere un impatto sul modo di fare diagnosi e trattamento dei quadri clinici.

Cosa succede quando un essere umano ipersensoriale subisce il costo del suo unico modo di funzionare senza saperlo? Che ci accade quando non siamo consapevoli della nostra atipicità sensoriale?

Semplice, cerchiamo spiegazioni dove possiamo trovarle: ci definiamo stressati, depressi, ansiosi o anche deliranti.

Proviamo a capire meglio quindi cosa accade attraverso le storie di due esseri umani, inconsapevoli della loro sensorialità e invalidati da questa scarsa conoscenza di se. Vediamo come è normale confondere, male interpretare i segnali che il nostro corpo ci manca e quanto è importante quindi avere la mappa giusta.

Il caso di Giulia

Giulia ha 35 anni e lavora in un open space. Da qualche mese sente di “non farcela più” e sebbene il suo medico le abbia detto che forse è solo “stress”, lei sente che c’è qualcosa di più.

Si rivolge ad un terapeuta convinta di avere un disturbo d’ansia: il cuore accelera, la testa si riempie, ha difficoltà a concentrarsi, a fine giornata è stremata. Lei stessa racconta che si sente in ansia e tutti i suoi sintomi sembrano portaci a pensarla così.

Se analizziamo però la situazione con la lente volta verso la sensorialità vediamo che, ad esempio, i sintomi compaiono soprattutto in ambienti ricchi di stimoli, come il lavoro: telefoni che squillano; voci sovrapposte; luci a neon; odori forti del caffè o del cibo; continui passaggi di colleghi alle spalle.

Da un’analisi più mirata comprendiamo inoltre che:

  • a casa, dove può abbassare le luci e stare in silenzio, sta bene;
  • non ha preoccupazioni eccessive, rimuginio, paure specifiche;
  • i sintomi scompaiono durante il weekend;
  • da piccola odiava etichette, rumori improvvisi e ambienti affollati, ma nessuno ci aveva mai fatto caso.

A questo punto pare più chiaro che quello che più semplicemente può sembrare ansia è in realtà ipersensorialità: il suo sistema nervoso non filtra bene gli stimoli, li riceve tutti, insieme, senza tregua.

La “tachicardia da ufficio” non è un attacco di panico: è un corpo in sovraccarico. La “difficoltà di concentrazione” non è un deficit attentivo: è un cervello che sta cercando di proteggersi da un bombardamento sensoriale. La “stanchezza emotiva” non è depressione: è affaticamento percettivo.

Vediamo similmente questo fenomeno se pensiamo al caso di un bambino di 7 anni.

Il caso di Francesco

Francesco è un bambino che frequenta le scuole elementari e che i genitori portano da uno psicologo (o da un medico) perché “fa scenate per tutto”, “non ascolta”, “va in crisi per motivi incomprensibili”. A scuola le maestre segnalano comportamenti di evitamento, difficoltà a rimanere seduto e frequenti momenti di pianto improvviso.

La prima ipotesi che circola tra gli adulti è un disturbo oppositivo-provocatorio: Francesco sembra ribellarsi a regole semplici, rifiuta attività richieste e reagisce con forte irritabilità.

Come prima, se focalizziamo l’analisi includendo lo studio della sensorialità vediamo che:

  • Francesco “impazzisce” quando indossa magliette con etichette o tessuti ruvidi.
  • Evita la mensa perché “c’è troppo rumore e mi fanno male le orecchie”.
  • Durante la lezione si copre spesso le orecchie quando i compagni spostano le sedie.
  • Non vuole abbracci improvvisi, ma cerca contatto profondo (abbracci stretti, coperte pesanti).
  • Dopo una giornata scolastica “crolla” e ha bisogno di stare dove c’è poca luce o da solo.

Questi elementi suggeriscono non un disturbo oppositivo, ma una marcata ipersensorialità uditiva e tattile. Ogni rifiuto, ogni opposizione, ogni crisi non è un “non voglio”, ma un “non riesco”.

Francesco adotta strategie che possono facilmente farlo sembrare capriccioso, oppositivo e anche ansioso: non vuole vestirsi, non vuole andare a mensa, scappa in bagno durante le attività, protesta quando gli si parla improvvisamente ecc.

Tuttavia, Francesco sta semplicemente evitando stimoli che il suo sistema sensoriale vive come dolorosi, invadenti o ingestibili. Non è contro l’adulto: è in difesa.

Ipersensorialità e trattamento

Dai quadri appena descritti e dalle ricerche recenti che descrivono le atipie sensoriali in molti quadri psichiatrici emerge l’enorme importanza che ha la consapevolezza e lo studio di questo fenomeno nella pratica clinica.

Se l’ipersensorialità è meglio spiegata all’interno di un quadro psichiatrico diagnosticato l’iter di trattamento sarà già integrato all’interno dei protocolli e, scomparso il disturbo, si ridurrà oppure scomparirà anche l’iperattivazione sensoriale.

Diversamente, quando questo fenomeno è congenito ed esprime in un certo modo la neurodiversità allora va trattata come fenomeno a sé.

Se storicamente, chi era “sensibile agli stimoli” veniva percepito come fragile, rigido o capriccioso, oggi sappiamo che:

  • è una caratteristica neurobiologica,
  • può essere un tratto di neurodivergenza,
  • può rendere la persona intuitiva, attenta, capace di cogliere sfumature,
  • diventa fonte di sofferenza solo se non riconosciuta o invalidata.

Partendo da questo nuovo paradigma allora è più semplice capire come non si vada alla ricerca di una vera e propria forma di trattamento per l’ipersensorialità ma piuttosto si cerchino sempre di più strategie mirate per comprendere a fondo questo fenomeno.

Capire l’ipersensorialità significa restituire dignità all’esperienza corporea, adattare gli ambienti, modulare le richieste, migliorare l’autoregolazione e ridurre il sovraccarico.

Gli esempi clinici

Nel caso di Giulia quindi il trattamento non sarà una terapia per l’ansia, ma un lavoro sulla gestione dell’ambiente (cuffie, luci più calde, pause sensoriali), su strategie di autoregolazione, verrà fatta una psicoeducazione sulla sensibilità sensoriale ed eventualmente le sarà proposta una valutazione per un profilo neurodivergente (ADHD, SPD, plusdotazione ad alta sensibilità).

Nel caso di Francesco invece gli interventi non riguarderanno la disciplina, ma saranno necessarie modifiche ambientali (tappi acustici, posto più tranquillo in classe e vestiti senza etichette, tessuti morbidi); routine prevedibili; pause sensoriali programmate; accompagnamento emotivo per riconoscere i segnali di sovraccarico.

L’obiettivo clinico non è “normalizzare” la sensibilità sensoriale, ma aiutare le persone a abitare meglio i propri sensi.

Per molte persone, riconoscere il proprio profilo sensoriale è un sollievo: permette di rileggere comportamenti fraintesi, di spiegare fatiche antiche, di trovare strategie che funzionano, di costruire un rapporto più gentile con il proprio corpo.

E quando questo viene riconosciuto, la terapia diventa un luogo più sicuro, dove i sensi possono finalmente trovare spazio e misura.

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