Perché le persone scelgono volontariamente di esporsi a situazioni pericolose?
La domanda, apparentemente banale, è stata affrontata da diversi studiosi e non trova una risposta unica. Il rischio non è solo il prodotto di impulsività o incoscienza, ma può avere radici evolutive, psicologiche e sociali.
Gary Klein (2025) sottolinea che spiegazioni semplicistiche sono riduttive: la propensione al rischio può dipendere da più fattori che operano contemporaneamente.
Differenze biologiche
Alcuni individui, ad esempio, sembrano avere una risposta attenuata della paura a livello dell’amigdala, il che riduce l’impatto emotivo del pericolo.
È stato ipotizzato che anche atleti estremi possano avere un funzionamento particolare dei circuiti della paura.
Tuttavia, le loro imprese non sono frutto di incoscienza, ma di una pianificazione accurata e di anni di prove in condizioni controllate.
Fattori psicologici
Oltre alle differenze biologiche, un altro fattore determinante è la ricerca di sensazioni forti.
Attività come il paracadutismo o il rafting non sono soltanto hobby, ma rispondono a un bisogno di stimolazione che per alcuni individui è più intenso che per altri (Klein, 2025).
A ciò si aggiunge il valore psicologico della sfida: mettersi alla prova con compiti difficili produce una forte sensazione di soddisfazione e padronanza, soprattutto quando il rischio viene superato con successo.
Il rischio, inoltre, concentra l’attenzione. Molte persone riportano di sentirsi più vive e focalizzate quando si trovano in situazioni ad alto potenziale di pericolo. Un’esperienza che contrasta con la distrazione quotidiana e rafforza il senso di presenza mentale.
Infine, non si può trascurare la dimensione sociale: affrontare rischi visibili e difficili garantisce spesso prestigio e rispetto da parte degli altri, un vantaggio che ha radici profonde nei meccanismi di status e rango.
Rischi negativi e rischi positivi
In letteratura, il rischio è stato a lungo considerato quasi esclusivamente nella sua dimensione negativa, come fonte di pericoli da evitare.
Tuttavia, ricerche più recenti invitano a una prospettiva più sfumata: i comportamenti rischiosi si collocano su un continuum che va dai rischi negativi – come uso di sostanze, vandalismo o guida pericolosa – ai rischi positivi, come stringere nuove amicizie, partecipare a un’attività impegnativa o difendere le proprie convinzioni (Duell & Steinberg, 2019; 2020).
Entrambe le forme condividono incertezza e potenziale di perdita, ma mentre i rischi negativi sono spesso antisociali e ostacolano lo sviluppo, quelli positivi contribuiscono alla crescita personale e al benessere.
È interessante notare che i rischi positivi non sono privi di costi: iscriversi a un corso difficile, per esempio, implica la possibilità di fallire; dichiarare le proprie idee può comportare derisione o isolamento. Tuttavia, a differenza dei rischi negativi, questi hanno il potenziale di rafforzare identità, competenze e reti sociali.
L’utilità del rischio in adolescenza
Telzer e colleghi (2022) hanno mostrato come, soprattutto in adolescenza, i comportamenti rischiosi non vadano interpretati unicamente come espressioni di impulsività o mancanza di razionalità: è proprio in questa fase che i giovani, spinti dalla curiosità e dalla sensibilità alla ricompensa, oscillano tra comportamenti rischiosi potenzialmente dannosi e scelte rischiose che aprono a nuove opportunità di crescita (Crone & Dahl, 2012; Duell & Steinberg, 2021).
Alcuni rischi, come iniziare nuove amicizie o difendere un compagno escluso, hanno infatti un valore prosociale e contribuiscono allo sviluppo dell’identità. In questo senso, il rischio non è semplicemente una minaccia, ma anche un potenziale motore di crescita.
Nel complesso, il rischio non può essere spiegato con una sola lente interpretativa. È il risultato dell’interazione tra predisposizioni biologiche, bisogni psicologici, ricerca di emozioni, fattori sociali e culturali. Proprio questa multidimensionalità lo rende un comportamento così affascinante e così difficile da ridurre a una definizione univoca.
Crescere tra risorse e pericoli
Il modo in cui ciascuno di noi affronta il rischio non nasce dal nulla. La biologia, le esperienze precoci, i contesti familiari e sociali, e le opportunità di cui disponiamo fin da bambini contribuiscono a modellare i nostri meccanismi decisionali.
In questo senso, il rischio è il risultato di una traiettoria di sviluppo che parte dall’infanzia e si intreccia con le sfide tipiche dell’adolescenza.
Le statistiche mostrano che proprio in questa fase si registra un aumento di condotte legate a consumo di sostanze, guida pericolosa e comportamenti antisociali, ma anche una maggiore tendenza a sperimentare sport estremi e nuove forme di socialità (Blakemore, 2018).
Alcune ricerche (Duell et al., 2019; Fryt et al., 2021) evidenziano che i comportamenti rischiosi “negativi” – come uso di alcol o droghe – raggiungono un picco tra i 18 e i 20 anni, mentre altri comportamenti rischiosi “positivi”, come iniziare nuove relazioni o difendere le proprie opinioni, hanno un ruolo adattivo nello sviluppo identitario.
Le spiegazioni neuroscientifiche
Una delle spiegazioni più convincenti viene dalle neuroscienze. Secondo Blakemore (2018), nel cervello adolescenziale i circuiti legati alla ricerca di ricompense – in particolare il sistema dopaminergico – maturano più rapidamente rispetto alla corteccia prefrontale, responsabile del controllo inibitorio e della pianificazione a lungo termine.
Questa “maturazione asincrona” rende i giovani particolarmente sensibili alle gratificazioni immediate e meno attrezzati a valutarne le conseguenze future.
Oltre all’aspetto biologico, vanno considerati altri fattori molto importanti che determinano l’evoluzione delle future condotte di rischio.
Uno studio
Uno studio condotto alla Cornell University (Lee et al., 2025, pubblicato su Cerebral Cortex) ha mostrato che le risorse disponibili durante l’infanzia influenzano le funzioni cognitive utilizzate da adulti per assumere rischi.
Giovani cresciuti in famiglie socialmente ricche, cioè con forte supporto sociale, ma meno disponibilità economiche, e altri provenienti da contesti economicamente ricchi, con più risorse finanziarie, ma minore sostegno affettivo, si assumevano rischi simili in laboratorio.
Tuttavia, i circuiti cerebrali coinvolti erano differenti: i primi mostravano maggiore attivazione delle aree attentive e visive, i secondi un uso più strategico delle aree legate alla ricompensa (Lee & Gonzalez, 2025).
Questo suggerisce che le risorse precoci non determinano tanto la quantità di rischio che si accetta, ma i meccanismi attraverso cui lo si affronta.
Fattori di rischio dei comportamenti a rischio
L’adolescenza è un periodo segnato da cambiamenti biologici e sociali che spingono verso l’esplorazione, ma anche da vulnerabilità che possono aumentare l’esposizione a rischi negativi.
Esperienze precoci
Studi longitudinali hanno evidenziato che avversità precoci come separazioni, trascuratezza o ambienti imprevedibili aumentano la probabilità di comportamenti a rischio più avanti nella vita (Minnes et al., 2025).
La separazione materna nei modelli animali, ad esempio, porta a un aumento dell’assunzione di rischi in adolescenza, un effetto che tende a ridursi in età adulta. Questi dati mostrano come l’esposizione precoce allo stress plasmi la traiettoria dello sviluppo cerebrale e decisionale.
Fattori sociali
La dimensione sociale gioca un ruolo altrettanto cruciale. In adolescenza, la necessità di appartenenza ai gruppi dei pari rende i giovani particolarmente sensibili al rischio sociale. Evitare l’esclusione diventa prioritario, spesso più che evitare i rischi fisici o materiali.
Tomova, Andrews e Blakemore (2021) hanno dimostrato che i ragazzi sono disposti a correre rischi pur di mantenere l’accettazione del gruppo, ma allo stesso tempo evitano rischi che possano condurre all’emarginazione.
In contesti competitivi, invece, la pressione sociale sembra orientare le persone a dare più peso ai benefici immediati rispetto ai costi futuri.
Lo studio pilota di Szaszkó e colleghi (2025) ha mostrato che lo stress sociale acuto può compromettere la capacità di pianificazione, favorendo decisioni più impulsive e rischiose. È un meccanismo che riflette l’interazione tra stress, ricompensa e controllo cognitivo.
Fattori di rischio e fattori protettivi
Riassumendo, tra i principali fattori di rischio che aumentano la vulnerabilità in età infantile e adolescenziale troviamo quindi:
- esperienze di trascuratezza o separazione precoce,
- ambienti instabili o privi di sostegno sociale,
- forte pressione competitiva o sociale,
- difficoltà di regolazione emotiva, spesso legate ad ansia o depressione.
D’altra parte, la presenza di supporto sociale, la possibilità di sperimentare rischi positivi e l’accesso a contesti protettivi possono agire come fattori di protezione.
La letteratura suggerisce che il rischio non è intrinsecamente negativo, ma può diventare una risorsa di crescita se incanalato in comportamenti che rafforzano competenze, relazioni e identità.
Possiamo quindi considerare l’adolescenza come un vero e proprio laboratorio del rischio: un periodo in cui sperimentare, commettere errori e apprendere.
Alcuni rischi hanno esiti dannosi e vanno contenuti, altri rappresentano occasioni fondamentali di crescita. La sfida, per genitori ed educatori, non è eliminare il rischio in sé, ma favorire la capacità di distinguere tra rischi distruttivi e rischi costruttivi, promuovendo i primi e riducendo i secondi.
Il cervello del rischio: reti, ormoni e vulnerabilità
Il comportamento a rischio non nasce dal nulla: è il prodotto dell’interazione tra reti cerebrali, ormoni e stati psicologici.
Comprendere queste basi biologiche permette di cogliere perché alcuni individui siano più propensi a cercare il pericolo, mentre altri tendano a evitarlo con decisione.
Uno dei momenti chiave nello sviluppo del cervello è appunto l’adolescenza. Come già sottolineato da Blakemore (2018), studi recenti hanno mostrato che i collegamenti tra corteccia prefrontale, amigdala e nucleo accumbens cambiano profondamente con l’età.
Durante questa fase, la corteccia prefrontale – il centro deputato al controllo e alla pianificazione – non è ancora del tutto matura, mentre l’amigdala e lo striato ventrale, sedi rispettivamente della paura e della ricerca di ricompense, sono particolarmente attivi.
È come avere un motore molto potente ma freni ancora in rodaggio: il risultato è una maggiore propensione a rischiare e a esplorare (Klune et al., 2025).
Psicopatologia e propensione al rischio
Il quadro diventa più complesso quando entrano in gioco ansia, depressione o disturbo ossessivo-compulsivo.
Una ricerca recente ha dimostrato che questi disturbi sono associati a una riduzione del comportamento a rischio, mediata da un’alterata attività della rete del talamo.
In particolare, i sintomi di ansia e depressione risultano collegati a un aumento della connettività talamica, che a sua volta abbassa la propensione a rischiare (Bahri et al., 2025).
Questo dato suggerisce che alcune condizioni psicopatologiche non solo influenzano l’umore, ma riorganizzano in modo profondo i circuiti cerebrali che regolano la decisione tra sicurezza ed esplorazione.
Ormoni e propensione al rischio
Anche gli ormoni hanno un ruolo cruciale.
Testosterone ed estradiolo sono stati associati a un incremento del risk-taking, coerentemente con il fatto che questi ormoni siano collegati alla spinta esplorativa e riproduttiva.
Al contrario, il cortisolo – pur centrale nella risposta allo stress – sembra avere un impatto molto più limitato sul comportamento a rischio diretto, influenzando piuttosto la regolazione cognitiva ed emotiva che precede la decisione (Yuan et al., 2025).
Sensibilità alla punizione e propensione al rischio
Infine, un altro elemento chiave è la sensibilità individuale alla punizione.
Zhao e colleghi (2024) hanno dimostrato che persone con alta sensibilità alla punizione mostrano meno comportamenti rischiosi.
A livello cerebrale, questo tratto si associa a un maggiore volume della corteccia orbitofrontale destra e a una connettività più forte con il giro temporale mediale, suggerendo che chi teme maggiormente le conseguenze negative attiva in modo più intenso i circuiti della cautela.
Nel complesso, il cervello del rischio è un network dinamico in cui si intrecciano spinte contrapposte: ricerca di ricompense, paura della punizione, regolazione cognitiva e modulazioni ormonali.
Questa interazione spiega perché il rischio non sia mai un comportamento uniforme, ma vari profondamente da individuo a individuo e da contesto a contesto.
Personalità e rischio: il ruolo dei Big Five
Perché alcune persone sembrano costantemente attratte dal rischio, mentre altre lo evitano con cura? Una parte della risposta risiede nella personalità.
Tra i diversi modelli proposti in psicologia, il più condiviso è quello dei Big Five, che suddivide la personalità in cinque grandi domini relativamente stabili ma non immutabili (Costa & McCrae, 1992; Goldberg, 1990).
Apertura all’esperienza (Openness to Experience)
È il tratto che riguarda immaginazione, curiosità e interesse per la novità.
Chi ha punteggi elevati tende a cercare stimoli nuovi, sia cognitivi che sensoriali. Questo può tradursi in un positive risk-taking: iscriversi a un corso impegnativo, cimentarsi in uno sport creativo o provare nuove esperienze sociali.
Tuttavia, in età adulta, la stessa spinta all’esplorazione può favorire anche rischi meno adattivi, come consumo di sostanze o comportamenti antisociali (Joseph & Zhang, 2021).
Coscienziosità (Conscientiousness)
Riguarda la capacità di pianificare, mantenere il controllo e perseguire obiettivi a lungo termine.
In genere, elevata coscienziosità protegge dal rischio, perché porta a valutare attentamente le conseguenze delle proprie azioni.
Ma il contesto conta: negli adolescenti, alti livelli di coscienziosità possono favorire rischi “accettati” socialmente, come sport estremi, vissuti come prove di disciplina e autocontrollo (Essau, 2004).
Estroversione (Extraversion)
Descrive energia, socievolezza e sensibilità alle ricompense.
È il dominio più costantemente associato ai comportamenti rischiosi: gli estroversi, spinti dalla ricerca di emozioni e dall’approvazione sociale, mostrano una maggiore propensione sia verso rischi positivi (nuove relazioni, sport adrenalinici) sia verso rischi negativi (uso di sostanze, comportamenti impulsivi) (Nicholson et al., 2005; Patterson et al., 2023).
Gradevolezza (Agreeableness)
È la dimensione che riflette fiducia, cooperazione e orientamento al benessere altrui.
Chi ottiene punteggi alti tende a evitare rischi che potrebbero danneggiare le relazioni sociali o generare conflitti.
Viceversa, bassi livelli di gradevolezza sono stati collegati a comportamenti antisociali, trasgressivi o aggressivi (de Juan-Ripoll et al., 2021).
Nevroticismo (Neuroticism)
Indica la predisposizione a sperimentare emozioni negative come ansia, paura e instabilità emotiva.
Generalmente è associato a una riduzione dei comportamenti rischiosi, perché la paura delle conseguenze induce a evitare l’incertezza.
Tuttavia, in alcune situazioni, alti livelli di nevroticismo possono favorire comportamenti impulsivi, per esempio il rischio assunto per regolare emozioni dolorose (Castanier et al., 2010).
Il ruolo intrecciato delle dimensioni di personalità
Queste dimensioni non determinano rigidamente il comportamento, ma ne modulano la probabilità in funzione del contesto e dell’età.
Ad esempio, un adolescente estroverso e aperto all’esperienza sarà più incline a rischi socialmente accettati e persino incentivati (come uno sport estremo o una performance pubblica), mentre un adulto con bassa coscienziosità potrebbe mostrarsi vulnerabile a rischi finanziari o a scelte impulsive legate alla salute.
Le sfide della vita adulta: dove il rischio cambia volto
Quando si entra nella vita adulta, il rischio non scompare: cambia forma, contesto e significato.
Se durante l’adolescenza i rischi hanno spesso il volto dell’esplorazione, della sfida e dell’identità in costruzione, con l’età adulta il rischio assume sfumature più sottili, legate alle responsabilità e alle scelte a lungo termine.
Il giovane che da adolescente accettava di salire su un palco o di lanciarsi in attività spericolate, in età adulta si trova a decidere se investire i propri risparmi, cambiare lavoro, costruire una famiglia o trasferirsi in un altro paese.
Non si tratta più soltanto di brividi momentanei: il rischio adulto riguarda la gestione dell’incertezza, la capacità di pesare costi e benefici e la consapevolezza che ogni scelta avrà conseguenze durature.
La letteratura scientifica ci ricorda che i circuiti cerebrali coinvolti nel risk-taking non scompaiono con l’età, ma vengono modulati. La corteccia prefrontale – “direttore d’orchestra” del nostro cervello – continua a rafforzare i circuiti del controllo, mentre il nucleo accumbens e l’amigdala restano pronti a segnalare ricompense e minacce.
È per questo che, anche in età adulta, possiamo oscillare tra prudenza e audacia, tra decisioni razionali e scelte più istintive.
Il ruolo della personalità
In questo equilibrio si inserisce la personalità, che a questa età è ormai più definita.
Non si tratta solo di elenchi di tratti, ma di inclinazioni che emergono nella vita quotidiana: chi tende a essere più coscienzioso faticherà a buttarsi senza aver fatto conti precisi, chi è più aperto alle esperienze sarà attratto da cambiamenti e novità, chi è più estroverso cercherà stimoli sociali e sfide visibili.
Allo stesso tempo, chi porta con sé una quota maggiore di ansia farà più fatica a rischiare, mentre chi ha sviluppato una maggiore stabilità emotiva sarà capace di affrontare l’incertezza senza farsene travolgere.
Il rischio adulto si gioca spesso su un equilibrio instabile: da un lato la necessità di proteggere ciò che si è costruito – un lavoro, una relazione, un’identità sociale – dall’altro la spinta a non cristallizzarsi, a non perdere opportunità di crescita.
Cambiare città, aprire un’impresa, iniziare un nuovo percorso formativo: sono tutte sfide che comportano incertezza ma anche possibilità di espansione personale.
Il rischio da adulti
Eppure, la differenza cruciale rispetto all’adolescenza è che l’adulto porta con sé la memoria dei rischi passati. Quest’ultima funziona da bussola.
Non tutti i rischi si equivalgono e l’adulto impara, talvolta a caro prezzo, a distinguere quelli che distruggono da quelli che fanno crescere.
È qui che il rischio smette di essere una semplice sfida all’autorità o un brivido passeggero, e diventa uno strumento raffinato di costruzione personale.
In questo senso, la vita adulta non è un abbandono del rischio, ma un suo raffinamento: un continuo lavoro di discernimento tra rischi che distruggono e rischi che fanno crescere.
Distinguere i rischi che fanno crescere da quelli che distruggono
Il rischio non è un nemico da combattere, ma un compagno di viaggio con cui imparare a convivere.
La domanda che ci accompagna, dall’adolescenza all’età adulta, non è “se” assumersi rischi, ma “quali” rischi scegliere.
Le neuroscienze e la psicologia ci mostrano chiaramente che esiste un continuum: dai rischi negativi – che minano la salute, il benessere o le relazioni – ai rischi positivi, che invece stimolano la crescita, l’autonomia e la creatività (Duell & Steinberg, 2019).
È la stessa dinamica che distingue il vandalismo dal fondare una start-up, o l’uso di sostanze dall’affrontare un’audizione.
Entrambe le situazioni comportano incertezza e possibilità di fallimento, ma il loro esito sul piano dello sviluppo personale è radicalmente diverso.
Ciò che segna la differenza è la prospettiva temporale. Nei rischi distruttivi domina il guadagno immediato, la ricompensa istantanea che spegne la paura senza aprire possibilità future.
Nei rischi costruttivi, invece, il guadagno può essere lontano e incerto, ma la posta in gioco è legata alla crescita, al consolidamento di competenze e alla possibilità di costruire senso.
La vera sfida, dunque, non è eliminare il rischio, ma imparare a riconoscere la differenza tra un salto che ci porta oltre i nostri limiti e uno che ci trascina in un burrone.
Significa allenare quella capacità di discernimento che unisce razionalità ed emozione, memoria ed esplorazione. Significa, in altre parole, imparare a convivere con l’incertezza senza lasciarsene travolgere.
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