Quando l’ansia di perdere l’altro domina le relazioni
ll racconto di Giulia
Mi sento molto, molto carica di ansia. Ormai sono mesi che non faccio che fare incubi angoscianti relativi alla mia storia con Niccolò. Io vivo nella paura. Vivo costantemente nel terrore di perderlo!
Lui è tutta la mia vita, io non posso neppure immaginare la mia vita senza di lui. Sa, Dottoressa, lui è il senso di ogni cosa. Se fosse per me, starei 24 ore al giorno con lui, sette giorni su sette. Non mi interessa nient’altro. Il mio unico desiderio è passare del tempo con lui.
Quando siamo insieme, sto bene. E non ho mai quel mal di stomaco che ho fisso quando non c’è. Infatti, cerco di passare più tempo che posso insieme a lui; quando non c’è mi sento vuota e non faccio che pensarlo.
E poi, quando non siamo insieme, sono sempre a controllare i suoi social e i suoi accessi, sono iper-controllante, non faccio che questo. Non so come spiegarlo, ma è come se la mia mente non riuscisse a focalizzarsi su altro, neppure sui miei figli.
Io non riesco proprio a fare diversamente, anche se ci provo con tutta me stessa. L’unica cosa che conta nella mia vita è lui, del resto non mi importa!»
La spirale del controllo
È così che Giulia mi parla in prima seduta della sua storia con Niccolò. Si preoccupa molto che lui possa lasciarla, ha paura che possa abbandonarla da un momento all’altro, cade in preda alla disperazione quando lui «si allontana» da lei ed è «ossessionata» dal fatto che possa andare via.
Quando capita che Niccolò deve fare un viaggio di lavoro o quando si trattiene un po’ di più a lavoro o, ancora, quando non le risponde al telefono immediatamente prova una forte sofferenza psicologica e una forte ansia. In quei casi, o inizia a piangere e non riesce a calmarsi oppure vive la sua giornata nel terrore.
Al fine di ridurre l’ansia, mette allora in atto dei comportamenti di controllo dei social del partner oppure gli telefona spesso per sentire la sua voce e per chiedergli delle rassicurazioni.
L’idea di poter essere lasciata domina totalmente la vita relazionale della paziente; essa è diventata “un’ossessione” al punto tale che sta causando notevoli problematiche alla coppia nonché inducendo Niccolò proprio ad andarsene dalla vita di Giulia.
Da dove nasce la paura di essere abbandonati?
Ti riconosci in queste domande?
- Ti è mai capitato di sentirti come Giulia?
- Ti preoccupi molto che le persone a cui vuoi bene possano lasciarti?
- Vuoi stare sempre vicino agli altri perché hai paura che ti lascino?
- Cadi in preda alla disperazione quando qualcuno a cui vuoi bene si allontana da te?
Se le tue risposte a queste domande fossero affermative è probabile che anche tu, come Giulia, tema l’abbandono. Ma da dove nasce tale timore?
Se chiudi gli occhi e lasci affiorare le immagini della tua infanzia è possibile che tu possa notare come, anche in quel caso, il tema dominante fosse proprio l’abbandono.
Le esperienze pregresse
Potrebbe essere che uno dei tuoi genitori sia morto o che sia andato via di casa quando eri piccolo/a oppure da bambino/a per un periodo di tempo prolungato sei stato separato/a dalla figura che si prendeva cura di te (caregiver).
O ancora, potresti essere stato/a allevato/a da una serie di baby-sitter o aver passato la tua infanzia in un Istituto. La persona che si prendeva cura di te quando eri molto piccolo/a è possibile che sia stata incostante e, a causa per esempio di una depressione o di una dipendenza da sostanze o di frequenti esplosioni di rabbia, spesso si disinteressava a te.
Può ancora darsi che tu abbia perso in maniera importante l’attenzione da parte di uno dei tuoi genitori durante la tua infanzia o che i tuoi genitori litigavano continuamente al punto tale che tu temevi che la tua famiglia non avesse delle basi solide e che potesse disgregarsi da un momento all’altro.
O forse i tuoi genitori hanno divorziato e si sono risposati e/o hanno avuto altri figli: può essere che tu abbia vissuto come forma di abbandono il loro coinvolgimento e le loro attenzioni nei confronti di nuovi membri della famiglia.
È proprio il fatto di aver sperimentato delle esperienze di questo tipo nella tua infanzia che ti fa interpretare degli elementi scatenanti che non necessariamente hanno a che fare con una perdita o con una separazione reale come un abbandono: data la tua estrema sensibilità, anche elementi neutri o osservazioni innocenti da parte del partner possono essere vissuti come espressioni della sua intenzione di lasciarti.
Quando l’ansia prende il sopravvento sulla razionalità
Così, se il/la tuo/a partner appare un po’ distratto/a, se ti propone di fare qualcosa che comporta lo stare lontani per un breve periodo, se si trattiene un po’ di più del previsto al lavoro o se non risponde immediatamente ad una tua chiamata è probabile che tu valuti quella situazione come una perdita o un abbandono reale. Puoi formulare pensieri quali: “Oddio, mi sta per lasciare!”, “E se mi lasciasse?”. Non ti focalizzi su possibili alternative, quali, ad esempio, che lui/lei debba trattenersi al lavoro per un problema o che non abbia risposto al telefono perché è impegnato/a in una riunione.
Il tuo modo di interpretare tali situazioni ti porterà a sperimentare un intenso livello di ansia che cercherai di ridurre mettendo in atto specifici comportamenti quali comportamenti di controllo dei social del partner o richieste di rassicurazione.
Questi ultimi, tuttavia, nonostante a breve termine ti allontanino dal disagio e dalla paura abbandonica e ti facciano provare sollievo (“Ho chiamato Niccolò, mi ha detto che non vuole lasciarmi e che non vede l’ora di tornare da me stasera”) a lungo termine non faranno altro che favorire il mantenimento del problema.
Credenze disfunzionali e ferite del passato
È chiaro che se non ti ingaggiassi in un processo di valutazione di questo tipo, non sperimenteresti il disagio che provi. Ma tu, come Giulia, non puoi fare altrimenti: il modo in cui ciascuno di noi interpreta una data situazione dipende, infatti, dal nostro bagaglio di esperienze precedenti. Esso dice qualcosa di noi e della nostra storia.
Giulia, ad esempio, ha vissuto l’abbandono paterno all’età di dieci anni; in seguito a questa esperienza e ad esperienze della stessa portata, ha sviluppato un set di credenze relative a sé stessa, agli altri e al mondo.
Così, ha sviluppato una credenza di base di sé come “Io non sono degna d’amore e sono da abbandonare” e una credenza di base degli altri come “abbandonici”. Le valutazioni automatiche e involontarie che formula (“Oddio, sta per lasciarmi!”; “E se mi lasciasse?”) dipendono proprio da queste credenze su sé stessa e sugli altri che ha sviluppato in funzione delle sue esperienze di vita. Per questo Giulia interpreta anche delle situazioni “neutre” come possibilità di un abbandono imminente.
Questi pensieri, queste immagini che le attraversano la mente dicono qualcosa della sua storia. Ecco che, allora, la paziente deve a tutti i costi evitare l’abbandono da parte del partner perché se lui la abbandonasse si sentirebbe “una poverina abbandonata”, proprio come si era sentita la piccola Giulia, e perché l’essere abbandonata significherebbe per lei essere non degna d’amore e da abbandonare.
Non è la fine: come affrontare il timore dell’abbandono
Il corpo come custode del passato
“È innanzitutto il corpo che ci dice che esistiamo, ed è proprio attraverso il corpo che percepiamo quando il passato non se n’è andato davvero, ma respira e cammina – come un’ombra – insieme a noi. Dobbiamo perciò accogliere e trasformare i ricordi del corpo, e riportare la vita nel presente.”
Accogliere la propria sofferenza e comprenderne le origini
È possibile che, se sei arrivato/a alla fine della lettura di questo articolo, tu ti sia riconosciuto/a nelle dinamiche presentate e senti che condizionano le tue relazioni.
Questo può farti provare una sofferenza significativa. Prova a non colpevolizzarti ma cerca di riflettere su cosa il timore di abbandono che vivi oggi, nel qui e ora, dice di te e della tua storia di vita.
Il primo passo per lavorare sulla paura dell’abbandono è proprio quello di riconoscere quella paura, darle un nome e comprenderne le origini nella propria infanzia.
Distaccarsi dai pensieri disfunzionali
È fondamentale, inoltre, che tu acquisisca un nuovo modo, più adattivo, di relazionarti ai tuoi pensieri: essi sono dei semplici eventi mentali e non la realtà o dei fatti su di te. Ci dicono solo dove sei stato/a e le esperienze che hai fatto nel corso della tua vita.
A tale proposito, occorre ingaggiarsi in un processo di distanziamento: invece che fonderti con i tuoi pensieri (“Oddio sta per lasciarmi!?!”; “E se mi lasciasse?”) e crederli veri, prova semplicemente ad osservarli e a trattarli come una storia che la tua mente ti racconta in funzione delle esperienze che hai fatto.
Questo ti aiuterà a defonderti dai tuoi pensieri e a porre una distanza tra quello che pensi e la realtà e ciò avrà un effetto anche sulla tua attivazione emotiva e sul tuo comportamento.
Quando compare un’intrusione nella tua mente relativamente al fatto che le persone a cui vuoi bene ti abbandoneranno, prova semplicemente ad osservare quel pensiero e a lasciare che spontaneamente scorra via.
Cambiare i comportamenti per costruire relazioni più sane
Bisogna, in aggiunta, fare qualcosa per cambiare concretamente il nostro modo di agire a livello relazionale e superare i pattern comportamentali negativi.
Così, ad esempio, chi teme l’abbandono è possibile che voglia stare sempre vicino al partner, che cerchi di controllarlo, che gli chieda continue rassicurazioni e che non pensi ad altro che al partner trascurando aspetti significativi della sua vita.
Queste modalità, messe in atto per prevenire la minaccia di abbandono, tuttavia, non faranno altro che aumentare paradossalmente la probabilità che il partner si allontani davvero, andando così a rinforzare, giorno dopo giorno, il timore abbandonico.
A tale proposito, bisogna cercare di riflettere su come è possibile attuare un cambiamento mettendo in campo dei comportamenti più adattivi: Giulia, per esempio, ha cominciato a lasciare più tempo libero a Niccolò, ha smesso di domandargli continuamente delle rassicurazioni e di controllare migliaia di volte i suoi social. Ha cominciato, nel corso del tempo, a spostare la sua attenzione dalla vita del suo partner alla propria e a fare ciò che era importante per lei passando, così, dal vivere una vita dominata dalla paura di essere abbandonata al vivere la sua vita in funzione di quello che realmente era significativo per lei.
Il cammino verso relazioni più stabili e sicure
Anche tu, come Giulia, puoi costruire dentro di te un senso più solido di sicurezza e stabilità emotiva.
Un percorso di Psicoterapia può aiutarti a comprendere le radici della tua paura e a prendere le distanze da un pattern persistente e profondamente radicato permettendoti così di costruire delle relazioni più serene e soddisfacenti.
Riferimenti bibliografici
- Arntz, A., & Jacob, G. (2013). Schema Therapy in azione: teoria e pratica. Sassari: Istituto di Scienze Cognitive Editore.
- Carcione, A., Nicolò, G., & Semerari, A. (2016). Curare i casi complessi. La terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Bari-Roma: Editori Laterza.
- Giannantonio, M. (2013). Trauma, attaccamento e sessualità. Psicoterapia integrata-corporea e bodywork per le ferite invisibili. Milano-Udine: Mimesis Edizioni.
- Lebruto, A., Calamai, G., Caccico, L., & Ciorciari, V. (2022). Dipendenza affettiva. Diagnosi, assessment e trattamento cognitivo-comportamentale. Trento: Erickson.
- Young, J.E., & Klosko, J.S. (2004). Reinventa la tua vita. Milano: Raffaello Cortina Editore.



