Dipendenze invisibili: come la società del benessere altera il nostro cervello

Il tema delle dipendenze è oggi più che mai un tema importante e tradizionalmente associamo questo termine all’abuso di sostanze come alcol e droghe o al gioco d’azzardo compulsivo.

Si tratta di una condizione complessa e cronica in cui una persona continua a ricorrere a una sostanza o a un comportamento nonostante le conseguenze negative su salute, relazioni, lavoro.

Non si tratta solo di incapacità di smettere, ma di un ciclo persistente di craving, perdita di controllo e compulsione.

La dipendenza, sia da sostanze che comportamentale, rappresenta una complessa condizione mentale che coinvolge cervello, mente e contesto e trascende la pura volontà.

In realtà oggi la preoccupazione si sposta anche verso dipendenze che si manifestano in forme molto più pervasive e sottili, intrecciandosi con attività quotidiane apparentemente innocue: l’uso dello smartphone, i social network, lo shopping online, il cibo iperprocessato, le serie televisive in streaming.

Comportamenti apparentemente innocui (es. uso eccessivo dei social media) che, nel tempo, entrano in un circolo compulsivo con effetti negativi sull’umore e le relazioni.

Ciò che accomuna queste esperienze è la loro capacità di attivare i circuiti della ricompensa nel cervello, generando un rilascio di dopamina che rinforza il desiderio di ripetere l’esperienza.

L’era della Dopamina

Anna Lembke, psichiatra dell’Università di Stanford, nel suo libro “L’era della dopamina”, sviluppa un’analisi lucida di come l’abbondanza di stimoli e gratificazioni della società moderna abbia spostato il baricentro delle dipendenze, portando il problema ben oltre il campo delle sostanze illegali.

Lembke mostra come la nostra lotta per massimizzare il piacere e minimizzare il dolore abbia finito per alterare profondamente l’equilibrio neurochimico, rendendoci più fragili e più esposti a nuove forme di compulsione.

Per gran parte della storia umana, la vita è stata segnata dalla scarsità: il cibo, la sicurezza, il riposo e le opportunità di piacere erano limitati e difficili da ottenere.

Oggi, invece, viviamo in un’epoca di abbondanza senza precedenti, dove quasi ogni bisogno – reale o indotto – può essere soddisfatto in pochi clic o in pochi minuti. Possiamo avere accesso immediato a stimoli digitali, social media, cibo, sostanze.

Questa trasformazione, pur avendo portato enormi benefici in termini di salute e comfort, ha anche esposto il nostro cervello a una continua sovrastimolazione, per la quale non è biologicamente preparato.

Il risultato è un ambiente che alimenta il desiderio incessante e rende più difficile mantenere un equilibrio sano tra piacere e dolore.

L’equilibrio tra piacere e dolore

Nel libro, Anna Lembke introduce il concetto di bilancia piacere-dolore, un meccanismo neurobiologico che regola il nostro benessere emotivo.

Nel cervello, la dopamina agisce come una sorta di “valuta” del piacere: ogni volta che facciamo un’esperienza gratificante, la bilancia si inclina verso il piacere, ma per mantenere l’equilibrio l’organismo attiva rapidamente un contrappeso verso il dolore o il disagio. È un processo adattivo, pensato per riportarci a uno stato di neutralità.

Possiamo pensare ad una bilancia a due piatti: ogni volta che sperimentiamo piacere – attraverso uno stimolo dopaminergico come una droga, uno smartphone, il cibo o anche solo un like sui social – la bilancia si inclina verso il lato del piacere. Tuttavia, il cervello cerca costantemente di mantenere l’omeostasi, quindi per ogni picco di dopamina, si attiva un meccanismo compensatorio che fa pendere la bilancia nella direzione opposta, ovvero verso il dolore.

Questo sistema, che si è evoluto per proteggerci dagli eccessi e per mantenere un equilibrio interno, nella società moderna, viene messo a dura prova: siamo esposti a stimoli ad alta intensità e a gratificazioni immediate in modo continuo e massiccio.

Quando stimoliamo ripetutamente il lato del piacere attraverso gratificazioni intense e ravvicinate, la bilancia resta sbilanciata a lungo verso il dolore, generando sintomi come irritabilità, ansia, calo di motivazione e desiderio ancora più forte dello stimolo che li ha causati.

Si entra così in un circolo vizioso in cui la ricerca di piacere diventa anche un modo per evitare il dolore di astinenza, amplificando la dipendenza e riducendo la capacità di trarre soddisfazione da piaceri semplici e naturali. Diventiamo paradossalmente più insoddisfatti, ansiosi e incapaci di tollerare la noia, in una “astinenza da eccesso”.

Tolleranza dopaminergica

La sovrastimolazione porta a una “tolleranza dopaminergica”: col tempo, per provare lo stesso livello di piacere, servono stimoli sempre più forti o frequenti, mentre il livello base di soddisfazione diminuisce.

Questo squilibrio ci rende più vulnerabili alla dipendenza e all’insoddisfazione cronica, perché ci troviamo intrappolati in un ciclo in cui rincorriamo il piacere per sfuggire al disagio creato proprio dal suo eccesso.

Le capacità di tollerare il dolore sono ridotte e questo spinge ad aumentare la dose per ottenere soddisfazione.

Il benessere può abbassare le nostre capacità di resilienza

Nella nostra società, non solo cerchiamo costantemente il piacere, ma fuggiamo con ostinazione da qualsiasi forma di dolore o disagio, anche minimo.

Il problema è che, proprio evitando sistematicamente esperienze spiacevoli, la nostra soglia del dolore si abbassa: ciò che un tempo avremmo tollerato senza fatica oggi ci appare insopportabile.

Questo vale sia per il dolore fisico che per quello emotivo: la noia, la frustrazione, l’attesa o la solitudine diventano fastidi intollerabili, che cerchiamo subito di sedare con una gratificazione rapida.

Ma così facendo indeboliamo il nostro “muscolo” della resilienza e alimentiamo il paradosso per cui più cerchiamo di non soffrire, più diventiamo vulnerabili alla sofferenza stessa.

Rieducare la bilancia piacere–dolore nella società del “tutto e subito”

Nella parte finale de L’era della dopamina, Lembke invita a “rieducare” la nostra bilancia piacere-dolore, accettando che il benessere duraturo nasce dall’equilibrio e non dall’eccesso.

Propone ad esempio di introdurre periodi di astinenza o riduzione dagli stimoli più gratificanti – un vero e proprio “reset dopaminico” – per permettere al cervello di ritrovare la neutralità.

Allo stesso tempo, incoraggia a coltivare esperienze che comportano una dose di sforzo o lieve disagio, come l’attività fisica, il digiuno intermittente o l’esposizione a sfide e imprevisti.

Si tratta di riflettere su come poter ridurre l’eccesso di dopamina nel nostro quotidiano, al fine di “resettare” il nostro sistema di ricompensa.

Imparare a tollerare il dolore e la frustrazione non solo aiuta a prevenire la dipendenza, ma amplia la nostra capacità di provare piacere in modo sano e sostenibile, trasformando la ricerca di gratificazione in un percorso di crescita personale e resilienza.

Ansia, solitudine, stress, possono essere motori inconsci di comportamenti che possono diventare compulsivi e creare vere e proprie dipendenze. Riconoscere il problema è il primo passo verso la guarigione: non è solo questione di forza di volontà, perché abbiamo visto come la neurobiologia rende il cambiamento arduo senza strumenti efficaci.

Riferimento bibliografico

Lembke “l’Era della dopamina”. ROI Edizioni 2022

Rivolgiti a noi Facebook Instagram